Ricevuta di pagamento smarrita: non è detta l’ultima, ecco cosa si può fare

Quando si smarrisce la ricevuta relativa a un pagamento e il creditore la pretende, è possibile che la soluzione arrivi dalla tracciabilità bancaria, dalla prescrizione del debito o da testimoni oculari che hanno visto materialmente l’avvenuto pagamento. Qui di seguito ecco tutte le fattispecie relative a una ricevuta perduta e alle strategie da adottare per sperare di non dover ripetere il pagamento.

I rimedi per chi non vuole ripetere il pagamento

Cosa succede quando non si conserva più la carta

Abituati come siamo a un mondo paperless – dove ogni cosa si gestisce sul cloud, con un tap sullo schermo dello smartphone, con una firma digitale – i documenti cartacei ci appaiono come dinosauri di un lontano passato. I più rigorosi conservano le tracce dei pagamenti effettuati nei raccoglitori con i conti di casa, ma ammettiamolo: dai millennial in giù, la ricevuta è destinata a finire nel cestino in un batter d’occhio.

I problemi cominciano quando un soggetto nostro creditore, assai spesso abituato a una logica tutt’altro che virtuale, ci chiede conto di una transazione che abbiamo effettuato, dalla rata di uno smartphone acquistato con un contratto di telefonia mobile alle spese condominiali. Nel caso in cui si sia smarrita la ricevuta, c’è la possibilità di dimostrare che noi abbiamo pagato?
Confronta i conti correnti

Dal conto corrente ai testimoni oculari

Per le spese più ingenti ci viene incontro il conto corrente: oltre i 3.000 euro infatti si deve ricorrere obbligatoriamente a carta di credito, Bancomat, assegni o bonifici, tutti metodi di cui possiamo recuperare gli estremi grazie alla tracciabilità bancaria. Per le rate del mutuo basta dare un’occhiata all’archivio bonifici del nostro conto online per recuperare quella che ci interessa, e così via. Nessun rischio.

Ma quando si è pagato in contanti, oppure con un bollettino postale, e la ricevuta è finita chissà dove, con tutta probabilità in un sacchetto della differenziata? Qui il problema è più serio, in effetti, perché non c’è alcuna prova recuperabile. Da un lato, la soluzione può arrivare dalla prescrizione: c’è un limite di tempo, infatti, concesso a chi vuole chiederci conti di un pagamento (oltre al quale abbiamo il pieno diritto di fare un po’ di ordine in casa e gettare via i classificatori più impolverati). I tempi di prescrizione vanno da 10 anni (le cartelle IRPEF, IVA, IRES e così via) a meno di un anno (ad esempio il pagamento per il pernottamento in un hotel, gli assegni e così via).

Se il credito non è ancora caduto in prescrizione, non è ancora detta l’ultima parola: ci possono essere testimoni oculari, che hanno visto materialmente il documento (ma non è semplice), o indizi precisi e concordanti. Semaforo rosso invece per fattura o ricevuta di consegna, che non dimostrano il pagamento a meno che non siano stati quietanzati dallo stesso creditore.

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