di

Obsolescenza programmata: tutto quello che c'è da sapere 

A metà tra il complottismo e le effettive pratiche di business delle multinazionali, l’obsolescenza programmata è uno dei sintomi più evidenti di una società dove dominano il consumismo ma anche la ricerca tecnologica, con tutti i relativi pro e contro. Ecco come fare per non farsi sorprendere da prodotti guasti o inutilizzabili prima del tempo.

Obsolescenza programmata: tutto quello che c'è da sapere 

Il ciclo di vita del prodotto

«Una volta durava di più». Il soggetto di questa frase può essere qualsiasi cosa venga prodotto in modalità industriale e che, chissà perché, una volta ci sembrava migliore. Chiariamoci: con un minor numero di funzionalità, un design più grezzo, prestazioni oggi superate ma, comunque, fatto meglio, e cioè destinato a durare di più senza guastarsi o senza risultare dopo pochi mesi tanto inferiore rispetto alla concorrenza da diventare praticamente inutilizzabile.

Non è un caso che un telefonino lontano anni luce dagli smartphone moderni come il Nokia 3310 sia stato riproposto di recente: niente WhatsApp o Candy Crush, ma batteria che anche a distanza di anni durava decine di ore e una resistenza agli urti che i delicatissimi dispositivi di oggi si sognano.

Adesso ogni anno vengono presentati nuovi modelli, ed è davvero difficile che uno smartphone (ma anche un PC, un tablet e così via) possano “sopravvivere” per più di tre o quattro anni: trascorso questo lasso di tempo compaiono le prime crepe – metaforiche e non – e i sistemi operativi rallentano fino a diventare ingestibili, costringendoci ad affrontare altri ingenti investimenti per rimanere à la page.

Gran parte dei programmi di acquisto a rate di smartphone per la telefonia mobile, per giunta, sembrano seguire un programma prestabilito: durano 24 o al massimo 30 mesi, passati i quali il tacito suggerimento pare evidente: è ora di cambiare.

Obsolescenza vera e percepita

Tutto questo in primo luogo deriva dal fatto che i dispositivi un po’ grezzi del passato sono stati sostituiti da apparecchi molto più sofisticati, ma anche più fragili. Se una volta il cellulare – ma, di nuovo, il ragionamento può valere un po’ per tutto – faceva una sola cosa, telefonare, ora con noi in tasca abbiamo anche una macchina fotografica, un’agenda organizer, un dispositivo per ascoltare musica e guardare film e serie tv in alta definizione, una console di gioco che può tranquillamente rivaleggiare con PlayStation e XBox. Funzionalità che portano al limite estremo il design del modello, anche perché continuare ad aggiungere senza aumentare le dimensioni non è facile.

D’altra parte, però, si sente parlare spesso di obsolescenza programmata: una strategia di mercato che punterebbe a dare una sorta di “data di scadenza” anche ai prodotti in teoria durevoli, in modo da stimolare l’acquisto a intervalli ravvicinati, per massimizzare i profitti.

Per le aziende è una prospettiva interessante, ma anche una sfida: per rendere davvero obsoleto un dispositivo è necessario che il modello successivo presenti molte più funzionalità inedite, e che anche chi, tutto sommato, ha ancora un apparecchio che funziona, si senta tentato dal “rottamarlo” (vendendolo per finanziare l’acquisto del nuovo prodotto, oppure passarlo a un altro membro della famiglia).
Scopri le offerte di telefonia mobile »
A volte infatti si parla di obsolescenza percepita o simbolica: in questi casi è il marketing aggressivo a spingere all’acquisto, perché non ci sarebbero motivi razionarli per cambiare prodotto ma la peer pressur di chi è “alla moda” tende a spingere chi resiste a uniformarsi.

L’obsolescenza programmata: com’è nata e a chi serve

Un caso piuttosto celebre di obsolescenza programmata è quello della DuPont, l’azienda chimica che ha creato gran parte delle fibre sintetiche e dei polimeri in uso oggi, come neoprene, nylon, corian, teflon, kevlar e lycra.

Proprio il nylon, per le sue grandi caratteristiche di resistenza, venne usato in modo massiccio durante la seconda guerra mondiale e negli anni successivi fece il suo esordio nel mondo civile, per la produzione di calze da donna. Il problema è che le nuove calze di nylon erano troppo resistenti, il che costituiva un pessimo modello di business; la DuPont chiese perciò ai suoi ricercatori di ridurre le prestazioni della fibra utilizzata per le calze e renderla, in poche parole, più facile a rompersi.

Strategie analoghe vennero seguite anche da Xerox e Kodak, e oggi gran parte dei produttori hi-tech, come Apple e Samsung, vengono accusati più o meno velatamente di programmare apposta una durata inferiore a quanto in teoria possibile.

Si tratta, però, di una strategia commerciale come un’altra, e non è detto che sia sempre quella giusta. Ad esempio, gli orologi Patek Philippe hanno come slogan «In verità non possiedi mai un Patek Philippe. Lo custodisci per la prossima generazione», e anche molte campagne BMW hanno puntato sulla lunga durata come valore assoluto. Né bisogna cadere nello stereotipo un po’ complottista che le grandi multinazionali stiano tramando contro di noi costringendoci a cambiare anche quando non ne abbiamo bisogno: posto che del consumismo sfrenato siamo schiavi quanto decidiamo di esserlo, il ciclo di vita del prodotto è legato per forza di cose alla sua natura, e non sempre il ricambio è un male: proprio lo smartphone è un esempio perfetto di come nel giro di pochi anni sia cambiato totalmente il nostro rapporto con la comunicazione a distanza.

La protezione della garanzia

Per difendersi dall’obsolescenza programmata, quindi, uno dei segreti è proprio quello di non correre dietro alle sirene dell’obsolescenza percepita: se il nostro televisore Full HD funziona ancora bene è probabilmente inutile correre a comprare un 4K e già leggere gli articoli sul prossimo 8K; allo stesso modo, se il nostro telefono fa tutto ciò che gli chiediamo nessuno ci obbliga ad adeguarci allo sfrenato ricambio di questi prodotti.

A un certo punto arriverà l’obsolescenza tecnica, e quindi saremo probabilmente costretti ad adeguarci. L’unica salvezza, in questo caso, è costituita dalla garanzia: acquistando prodotti con una tutela di cinque anni o più, possiamo metterci al riparo dai guasti e dai problemi un po’ troppo precoci.

Commenti Facebook: