Costi di disattivazione e dismissione linea fissa: le novità di gennaio 2019

TIM e Tiscali sono stati i primi operatori ad adeguare i propri costi per il recesso (sia in caso di passaggio ad altro operatore che per la dismissione della linea) secondo quanto stabilito dalla recente delibera Agcom sui costi “equi” per simili situazioni. Ora tocca agli altri operatori adeguarsi, con novità anche per il pagamento delle rate.

Sono TIM e Tiscali i primi operatori ad adeguarsi alla delibera Agcom sui costi di recesso

Che cosa prevede la legge per i costi di recesso

Una delle questioni più spinose, quando si cambia operatore di telefonia fissa con o senza ADSL e fibra ottica, è legata ai costi di recesso. Fino a qualche anno fa era pratica comune imporre penali e pagamenti aggiuntivi a chi lasciava un fornitore per accasarsi con un altro, ma fortunatamente l’orientamento legislativo dell’ultimo periodo, a tutto vantaggio del consumatore, ha osteggiato questo genere di pratiche.

Tra gli ultimi esempi c’è la delibera Agcom n. 487/18/CONS, che stabilisce come l’utente debba poter recedere con un preavviso non superiore ai 30 giorni; inoltre, l’utente ha il diritto di essere a conoscenza delle tempistiche necessarie perché l’operatore prenda in carico e risolva la richiesta di disattivazione o di trasferimento, anche in questo caso senza superare i 30 giorni.
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Infine – ed è forse l’aspetto più importante – la delibera, in attuazione del decreto legge del 31 gennaio 2007, impedisce che vengano applicati dei costi immotivati da parte dell’operatore nel passaggio delle utente a un altro fornitore, secondo un semplice principio: le spese di recesso – quelle che di norma più incidono nella decisione dell’utente di passare o meno a un altro operatore – devono essere eque rispetto ai costi realmente sostenuti dal fornitore del servizio per la dismissione della linea o il trasferimento. Inoltre l’operatore deve permettere agli utenti di pagare le eventuali rate restanti (ad esempio per lo sconto sull’attivazione o per l’acquisto del modem) in un’unica soluzione oppure sempre a rate.

I cambiamenti di TIM e di Tiscali

In ottemperanza alla delibera Agcom, negli ultimi giorni diversi operatori di rete fissa hanno aggiornato i loro costi relativi al passaggio a un altro operatore o alla dismissione totale dell’utenza, affinché possa essere appunto “equa”. Al momento sono stati solo TIM e Tiscali ad adeguarsi all’obbligo di non imporre spese di recesso con costi immotivati e non commisurate al valore del contratto nonché ai costi realmente sostenuti dall’azienda.

In particolare, TIM ha abbassato, dallo scorso 14 gennaio, da 35 a 5 euro e da 49 a 30 euro, rispettivamente, i costi previsti per la migrazione a un altro operatore e per la dismissione della linea. Per quanto riguarda Tiscali, invece, la scelta è stata quella di far pagare una mensilità in più del proprio servizio, rispetto alla situazione precedente quando venivano richiesti 43,36 o 46,36 euro per le migrazioni o ben 70 euro per la dismissione della linea.

Come cambiano i costi nel 2019

Al momento, i costi per la migrazione a un altro operatore sono quindi i seguenti:

  • TIM: 5 euro;
  • Vodafone: 35 euro per linee ADSL, FTTC e Fibra, 40 euro per le offerte solo telefono;
  • Wind Tre: 35 euro;
  • Fastweb: 56 euro;
  • Tiscali: importo pari ad una mensilità di canone per linee ADSL/FTTC/Fibra e 0 euro per linee wireless J4+.

Questo invece quanto c’è da pagare per dismettere completamente la linea:

  • TIM: 30 euro;
  • Vodafone: 41 euro per linee ADSL, FTTC e Fibra, 40 euro per le offerte solo telefono;
  • Wind Tre: 65 euro;
  • Fastweb: 56 euro;
  • Tiscali: importo pari ad una mensilità di canone per linee ADSL/FTTC/Fibra e 0 euro per linee wireless J4+.

Va ricordato che tali importi si applicano a prescindere, anche se si è superato il vincolo contrattuale (in questo caso, però, non è possibile per l’operatore applicare eventuali penali). Inoltre, tali costi non si applicano quando il passaggio a un altro operatore o la dismissione della linea sono decisi in seguito alla rimodulazione o alle modifiche unilaterali del contratto, ad esempio per condizioni economiche meno vantaggiose per l’utente.

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