Pubblicità, il futuro è on Demand

Da ormai un anno il sintomo è chiaro: la televisione e il modo di fare televisione sta cambiando. Il pubblico più giovane, abituato ad una logica internet nella quale si cerca ciò che si vuole, snobba le telenovelas e le sitcom trite e ritrite, viste e riviste e richiede di poter vedere come e quando vuole film e serie-tv di proprio gradimento.

Il primo passo per poter veicolare maggiori contenuti e garantire una più ampia flessibilità è stata l’introduzione di nuovi standard di trasmissione che hanno portato ad un passaggio graduale da un sistema analogico ad uno digitale o satellitare.

Gli operatori televisivi tradizionali si sono adattati solo in un secondo momento, con, ad esempio, le proposte di Sky (Mysky) e Mediaset Premium (Mediaset Premium on Demand) a questo nuovo trend di mercato mentre alcune realtà online già da parecchio tempo permettono di registrare streaming o archiviare video sparsi per la rete e vederseli comodamente sulla televisione attraverso un sistema apposito. Stiamo parlando, per esempio, di Reeplay promosso da Stefano Quintarelli.

I contenuti stanno subendo un passaggio progressivo da una logica push verso un sistema pull, ossia richiesti dall’utente al di fuori di ogni programmazione di palinsesto. Questo scardina ovviamente ogni logica di SHARE, Auditel e costo pubblicitario nelle varie fasce. L’uomo da 250 milioni di euro di Mediaset (Gerry Scotti ndr) dovrà ora convincere che non solo verrà visto dagli stessi milioni di persone (anche se in orari diversi) ma a complicare le cose arriva un fattore aggiuntivo: la qualità del pubblico attratto che al momento, con il sistema attuale, non emerge tra la folla di spettatori televisivi.

Gli spettatori sceglieranno quando vedere un contenuto e anche dove volerlo vedere: l’incrocio di piattaforme di trasmissioni (televisioni, computer, cellulari, smartphone, netbook, tablet) richiederà, oltre ogni ragionevole dubbio, un cambiamento del format pubblicitario e soprattutto dell’interazione con la pubblicità. Si aprirà finalmente una possibile misurazione dell’investimento grazie al riconoscimento di ogni singola persona.

Ecco che Ericsson, per questo futuro che sembra davvero vicino, ha sviluppato dei prototipi di sistemi intelligenti che consentono l’impacchettazione dei contenuti affinché essi siano fruibili da qualsiasi device e soprattutto sistemi di delivery dei contenuti. Non dobbiamo dimenticare che è la stessa Ericsson a fornire gran parte dell’infrastruttura hardware agli operatori di telecomunicazione e che quindi conosce a fondo e può interoperare sulla rete con nuove funzionalità al fine di ottimizzare il traffico.

Gestendo quindi tutte le fasi della filiera media, dalla preparazione dei contenuti fino alla distribuzione e interazione, può controllare anche le preferenze degli utenti e quindi sapere cosa guardano.

Ecco quindi aprirsi finalmente nuovi scenari per la pubblicità generalista: anche la pubblicità sarà on demand. Ognuno di noi potrà vedere la pubblicità che più si adatterà alle sue abitudini di consumo (alla sua cronologia visiva) e sempre contestualizzata rispetto ai programmi che sta visionando. Si prospetta un Google Adsense televisivo: in fondo è da alcuni anni che si cerca di trasformare la televisione in un media center dal quale è possibile accedere alla tv, a internet, alla musica, allo streaming, alle foto, alla radio e altro ancora.

Ericsson, durante il mobile world congress di Barcellona appena terminato, ci ha dato prova reale di tutto il sistema (compreso il media center che potrà controllare anche tutti gli altri apparati di casa dal frigo all’allarme). Non esisterà più il concetto di pubblicità come è noto oggi: semplicemente perché oggi si sta sparando con i cannoni per colpire le zanzare ( cit. Confucio) Gran parte dell’investimento pubblicitario (si parla di milioni di euro) va quindi perso perché non colpisce il target giusto per il prodotto selezionato.

Ericsson, come fornitore di tecnologia, difficilmente andrà ad integrarsi nella filiera dell’advertising pubblicitario (ma noleggerà la piattaforma e di fatto avrà una fee sulle transazioni in corso). Google, dopo aver effettuato un timido tentativo, non vuole restare fuori. Oggi 400 milioni di pubblicità internet transitano tramite il colosso di Mountain View: la televisione è un business da miliardi di euro.

E’ davvero troppo difficile resistere a una tentazione di questo genere.

Dario Salvelli, Alessandro Bruzzi

anno il sintomo è chiaro: la televisione e il modo di fare televisione sta cambiando. Il pubblico più giovane, abituato ad una logica internet nella quale si cerca ciò che si vuole, snobba le telenovelas e le sitcom trite e ritrite, viste e riviste e richiede di poter vedere come e quando vuole film e serie-tv di proprio gradimento.

Il primo passo per poter veicolare maggiori contenuti e garantire una più ampia flessibilità è stata l’introduzione di nuovi standard di trasmissione che hanno portato ad un passaggio graduale da un sistema analogico ad uno digitale o satellitare.

Gli operatori televisivi tradizionali si sono adattati solo in un secondo momento, con, ad esempio, le proposte di Sky (Mysky) e Mediaset Premium (Mediaset Premium on Demand) a questo nuovo trend di mercato mentre alcune realtà online già da parecchio tempo permettono di registrare streaming o archiviare video sparsi per la rete e vederseli comodamente sulla televisione attraverso un sistema apposito. Stiamo parlando, per esempio, di Reeplay promosso da Stefano Quintarelli.

I contenuti stanno subendo un passaggio progressivo da una logica push verso un sistema pull, ossia richiesti dall’utente al di fuori di ogni programmazione di palinsesto. Questo scardina ovviamente ogni logica di SHARE, Auditel e costo pubblicitario nelle varie fasce. L’uomo da 250 milioni di euro di Mediaset (Gerry Scotti ndr) dovrà ora convincere che non solo verrà visto dagli stessi milioni di persone (anche se in orari diversi) ma a complicare le cose arriva un fattore aggiuntivo: la qualità del pubblico attratto che al momento, con il sistema attuale, non emerge tra la folla di spettatori televisivi.

Gli spettatori sceglieranno quando vedere un contenuto e anche dove volerlo vedere: l’incrocio di piattaforme di trasmissioni (televisioni, computer, cellulari, smartphone, netbook, tablet) richiederà, oltre ogni ragionevole dubbio, un cambiamento del format pubblicitario e soprattutto dell’interazione con la pubblicità. Si aprirà finalmente una possibile misurazione dell’investimento grazie al riconoscimento di ogni singola persona.

Ecco che Ericsson, per questo futuro che sembra davvero vicino, ha sviluppato dei prototipi di sistemi intelligenti che consentono l’impacchettazione dei contenuti affinché essi siano fruibili da qualsiasi device e soprattutto sistemi di delivery dei contenuti. Non dobbiamo dimenticare che è la stessa Ericsson a fornire gran parte dell’infrastruttura hardware agli operatori di telecomunicazione e che quindi conosce a fondo e può interoperare sulla rete con nuove funzionalità al fine di ottimizzare il traffico.

Gestendo quindi tutte le fasi della filiera media, dalla preparazione dei contenuti fino alla distribuzione e interazione, può controllare anche le preferenze degli utenti e quindi sapere cosa guardano.

Ecco quindi aprirsi finalmente nuovi scenari per la pubblicità generalista: anche la pubblicità sarà on demand. Ognuno di noi potrà vedere la pubblicità che più si adatterà alle sue abitudini di consumo (alla sua cronologia visiva) e sempre contestualizzata rispetto ai programmi che sta visionando. Si prospetta un Google Adsense televisivo: in fondo è da alcuni anni che si cerca di trasformare la televisione in un media center dal quale è possibile accedere alla tv, a internet, alla musica, allo streaming, alle foto, alla radio e altro ancora.

Ericsson, durante il mobile world congress di Barcellona appena terminato, ci ha dato prova reale di tutto il sistema (compreso il media center che potrà controllare anche tutti gli altri apparati di casa dal frigo all’allarme). Non esisterà più il concetto di pubblicità come è noto oggi: semplicemente perché oggi si sta sparando con i cannoni per colpire le zanzare ( cit. Confucio) Gran parte dell’investimento pubblicitario (si parla di milioni di euro) va quindi perso perché non colpisce il target giusto per il prodotto selezionato.

Ericsson, come fornitore di tecnologia, difficilmente andrà ad integrarsi nella filiera dell’advertising pubblicitario (ma noleggerà la piattaforma e di fatto avrà una fee sulle transazioni in corso). Google, dopo aver effettuato un timido tentativo, non vuole restare fuori. Oggi 400 milioni di pubblicità internet transitano tramite il colosso di Mountain View: la televisione è un business da miliardi di euro.

E’ davvero troppo difficile resistere a una tentazione di questo genere.

Dario Salvelli, Alessandro Bruzzi

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