La cultura non ha proprietà

Federico Cella oggi scrive sul Corriere in merito ai risultati dello studio Nielsen sui navigatori internet. Nonostante la tendenza in aumento ad usare internet da casa (a gennaio 20 milioni di italiani hanno utilizzato un’applicazione online). In particolare segnano un buon trend le applicazioni social (come Msn) e quelle P2P.

eMule si conferma tra i software di peer-to-peer più utilizzati (da ben 5 milioni di italiani). Eppure si dice che il 95% del traffico generato è per scambi di file illegali.

Una riflessione d’obbligo nasce innanzitutto su questo famoso 95% e il rapporto con la privacy. Ogni byte viene quindi catalogato e analizzato: ma come? basandoci sul titolo dei file che spesso sono falsi? Ma se i pacchetti di traffico vengono oscurati (esistono numerosi programmi per farlo), queste statistiche come possono essere significative?

Inoltre valutare il traffico P2P da un software è alquanto limitativo considerando tutta la rete torrent e ancora il più avanzato sistema di IRC. Emule è ormai usato dalle case discografiche/cinematogratiche per immettere nel circuito file falsi, corrotti o con virus.

Se vogliamo essere poi sinceri, la disonesta nei download illegali deve fare il conto con un metodo superato di vendita dei prodotti audio-visivi: i prezzi sono alle stelle, le tasse e i costi di gestione non possono tenere il passo della musica online (Apple, con iTunes, difatti lo ha capito subito).

Il diritto d’autore è gestito da una corporazione “anni 20” chiamata SIAE: è inacettabile, ad esempio, un provvedimento che tassa i CD e gli Hard Disk solamente per il fatto che potrebbe contenere materiale illegale. Sembra l’era del protezionismo dove bisogna tassare a priori per recuperare qualche euro (che poi pochi non sono, si parla di ben 300 milioni).

Il mercato potrà trovare un giusto equilibrio tra i prezzi e le qualità dei prodotti solo quando potremo ripartire in modo equo i compensi tra gli autori e i distributori e quando emergeranno nuove realtà di distribuzione e produzione (come sta succedendo).

Anche l’editoria è in crisi: la produzione e la distribuzione della carta stampata non hanno più un solido modello di business a causa di ritorni sempre minori e di informazione sempre più condizionata. Eppure la carta la si può dare in prestito da leggere, senza ulteriori costi. Perchè non può essere cosi per i file? La cultura non deve avere proprietà o si rischia di tornare nel 1500.

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eMule si conferma tra i software di peer-to-peer più utilizzati (da ben 5 milioni di italiani). Eppure si dice che il 95% del traffico generato è per scambi di file illegali.

Una riflessione d’obbligo nasce innanzitutto su questo famoso 95% e il rapporto con la privacy. Ogni byte viene quindi catalogato e analizzato: ma come? basandoci sul titolo dei file che spesso sono falsi? Ma se i pacchetti di traffico vengono oscurati (esistono numerosi programmi per farlo), queste statistiche come possono essere significative?

Inoltre valutare il traffico P2P da un software è alquanto limitativo considerando tutta la rete torrent e ancora il più avanzato sistema di IRC. Emule è ormai usato dalle case discografiche/cinematogratiche per immettere nel circuito file falsi, corrotti o con virus.

Se vogliamo essere poi sinceri, la disonesta nei download illegali deve fare il conto con un metodo superato di vendita dei prodotti audio-visivi: i prezzi sono alle stelle, le tasse e i costi di gestione non possono tenere il passo della musica online (Apple, con iTunes, difatti lo ha capito subito).

Il diritto d’autore è gestito da una corporazione “anni 20” chiamata SIAE: è inacettabile, ad esempio, un provvedimento che tassa i CD e gli Hard Disk solamente per il fatto che potrebbe contenere materiale illegale. Sembra l’era del protezionismo dove bisogna tassare a priori per recuperare qualche euro (che poi pochi non sono, si parla di ben 300 milioni).

Il mercato potrà trovare un giusto equilibrio tra i prezzi e le qualità dei prodotti solo quando potremo ripartire in modo equo i compensi tra gli autori e i distributori e quando emergeranno nuove realtà di distribuzione e produzione (come sta succedendo).

Anche l’editoria è in crisi: la produzione e la distribuzione della carta stampata non hanno più un solido modello di business a causa di ritorni sempre minori e di informazione sempre più condizionata. Eppure la carta la si può dare in prestito da leggere, senza ulteriori costi. Perchè non può essere cosi per i file? La cultura non deve avere proprietà o si rischia di tornare nel 1500.

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