Cosa si intende con “internet delle cose”?

Si parla molto di “Internet delle Cose”, una categoria che ha ormai quasi vent’anni ma che riguarda gli oggetti più disparati, sia in ambito casalingo che professionale e business-to-business. Si tratta di un mercato dalle grandissime potenzialità e che solleva anche qualche interrogativo, come la tutela dei dati personali.

Segreti e sfide future di un mercato in continua espansione

Internet delle Cose: come funziona

Per capire che cos’è l’Internet delle Cose, basta pensare all’immagine della casa del futuro in qualche vecchio film o racconto di fantascienza. Frigoriferi parlanti, assistenti domestici robotici, giornali non più usa-e-getta ma sempre con le notizie dell’ultima ora in prima pagina. Ora quel futuro immaginato, con qualche modifica, è assimilabile al nostro presente.

Ciò che nessuno aveva potuto prevedere è Internet, la rete che di fatto funge da sistema nervoso per l’insieme dei nostri apparecchi, permettendo a ogni dispositivo di dialogare con gli altri – e, naturalmente, con noi. L’IoT (Internet of Things) in sostanza è cioè che consente agli oggetti di diventare “intelligenti” proprio grazie alle informazioni che ora, grazie alla Rete, possono gestire e interpretare: le luci di casa si accendono se sanno che stiamo per varcare la soglia, il frigorifero ci segnala se sta finendo un alimento oppure se il latte è scaduto, i contatori del gas e dell’energia non devono essere letti perché comunicano tutto al fornitore del servizio in automatico.

L’altra grande innovazione si chiama Big Data: con la capacità attuale dei nostri sistemi di elaborazione dei dati e di sensori e rilevatori sempre più sofisticati, ora è possibile individuare pattern all’interno di masse di dati estremamente ampie, nel giro di una frazione di secondo.

Dal computer al resto della casa

Se prima si considerava Internet una faccenda che riguardava sostanzialmente i computer, via via ha cominciato a espandere il suo raggio d’azione, con la complicità delle offerte Internet sempre più convenienti. Il televisore, invece di sottostare alla tirannia del palinsesto, ora può accedere a banche dati da migliaia di contenuti (quelli di Sky On Demand, di Mediaset Premium, di TIMvision e così via); poi è toccato ai sistemi per la smart home, con i quali regoliamo la temperatura di casa quando siamo in ufficio o controlliamo che in giardino non si siano introdotti dei malintenzionati.
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Potenzialmente il mercato non ha confini: quasi qualsiasi oggetto che ci circonda può entrare a far parte dell’Internet delle Cose e reso ancora più flessibile dall’accesso a miliardi di informazioni, anche se come al solito qualcuno si è fatto prendere un po’ la mano e non è raro vedere teiere o tostapane wireless di dubbia utilità.

Le applicazioni? Infinite

L’Internet delle Cose è invece una faccenda serissima. In ambito medicale, soltanto per fare un esempio, un “bisturi intelligente”, in grado di fornire al chirurgo che sta operando informazioni in tempo reale sulle procedure più indicate in base all’accesso a banche dati di operazioni eseguite in precedenza, può rappresentare la differenza tra la vita e la morte di un paziente. Le smart car, di cui si fa un gran parlare negli ultimi mesi e di cui (con Tesla, tra gli altri) si sono già viste applicazioni sorprendenti in direzione della guida autonoma, sono uno dei casi più facilmente comprensibili di Internet delle Cose.

Ma la lista è davvero lunga: Smart City, e quindi rapporti del cittadino con le istituzioni attraverso modalità decisamente più user friendly del classico sportello con tanto di coda, smart building, edifici intelligenti, monitoraggio in ambito industriale, robotica, telemetria, sorveglianza, sicurezza, digital payment anche tramite oggetti, agricoltura smart (con sensori in grado di indicare se il campo ha bisogno di essere irrigato o le specie più adatte ad essere coltivate), zootecnia e ancora molto, molto altro. Pensiamo ai semafori smart in Svizzera: diventano verdi se si avvicina un’auto, ma solo se non ci sono altre vetture che si stanno avvicinando a loro volta all’incrocio, e così via. Le conseguenze sul traffico potrebbero essere rivoluzionarie, ed è solo un esempio tra le migliaia possibili.

I numeri di un mercato in espansione

Secondo le ultime stime, il mercato IoT raggiungerà il valore stratosferico di 1,16 miliardi di dollari nel 2020, con un tasso di crescita annuale che nel caso delle applicazioni business-to-business sfioriaaddirittura il 35%. Ecco perché anche gli organismi di studio (come, in Italia, l’Osservatorio IoT del Politecnico di Milano) hanno cominciato ad affermarsi, per analizzare le tendenze del mercato e della tecnologia. Secondo Accenture, gli apparati connessi entro il 2020 potrebbero essere 25 miliardi, ma in molti credono che sia una stima eccessivamente prudente.

Anche le istituzioni stanno mostrando un interesse sempre maggiore verso l’Internet delle Cose, considerando che il potenziale di risparmio per lo Stato, con una struttura smart creata nel modo giusto, è molto alto. Il Piano Industry 4.0 elaborato dal Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda dedica una parte consistente proprio all’IoT, sia dal punto di vista degli investimenti (con il rilancio della Legge Sabatini per l’acquisto di beni strumentali legati all’High Tech), della formazione e degli standard.

La tutela dei dati personali e l’IoT

E la privacy? Questa è la domanda che invariabilmente assilla molte persone quando sentono parlare di Internet delle Cose: più oggetti in grado di dialogare con la Rete, d’altronde, significa maggiori possibilità di essere spiati e che i nostri dati vengano inviati a terzi. Personalità come Edward Snowden si sono già espresse in proposito. Ecco perché la tutela dei dati personali sarà un aspetto di grande importanza per il futuro dell’Internet delle Cose.

In ogni caso, il Garante italiano ha già avviato consultazioni ad hoc proprio per meglio inquadrare la questione: come si legge sul sito dell’organo, «l’Autorità intende acquisire elementi sulle modalità di informazione degli utenti, anche in vista di un eventuale consenso; sulla possibilità che fin dalla fase di progettazione dei servizi e dei prodotti gli operatori coinvolti adottino soluzioni tecnologiche a garanzia della privacy degli utenti (la cosiddetta “privacy by design”); sul ricorso a tecniche di cifratura ea nonimizzazione delle informazioni; sulla interoperabilità dei servizi; sulla adozione di strumenti di certificazione».

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