C’era una volta il petrolio libico

La Libia, ex colonia italiana, grande esportatore nel mondo di petrolio non è più il paese di prima in termini energetici. Il caos regna nel post-Gheddafi; banditi, sciacalli e tanti manipolatori stanno mettendo le mani sull’oro nero, la vera moneta di riscatto per un paese in totale sconquasso dopo la tragedia della guerra civile.

Libia: emergenza petrolio

Es Sider. Quando nei pressi del porto di Es Sider, siamo nella Cirenaica, la regione da sempre, per cultura e modi di pensare diversa dalla capitale Tripoli, una nave, la Morning Glory si affacciò nei mari antistanti la costa, nessuno avrebbe pensato due cose: primo, che battesse bandiera nordcoreana, due, che invece di attraccare al porto e procedere alle operazioni previste dalle procedure, se ne andasse il più veloce possibile a largo del Mediterraneo con migliaia di barili di grezzo, sottratti alle autorità locali.

Pyongyang. La smentita da parte del governo nordcoreano, dopo un fattaccio del genere, è arrivata ancora prima che le autorità navali americana acciuffassero la Morning Glory con tutto il suo prezioso carico a largo di Cipro. Il primo ministro libico, all’epoca Ali Zeidan, che aveva promesso ritorsioni e severe punizioni nei confronti dei colpevoli, veniva ignorato categoricamente dall’opinione pubblica e deriso anche dagli stessi banditi.

Zero potere. Il problema libico ruota attorno ad una sola questione. Il controllo e la gestione dell’estrazione degli idrocarburi. Se Ali Zeidan, a fronte delle sue minacce di bombardare la Morning Glory è stato completamente ignorato, anche il controllo sui pozzi di petrolio nelle regioni della Libia meridionale viene eluso da altrettanti banditi. Sabotaggi e questioni d’onore sono all’ordine del giorno, e non aiutano di certo la produzione del greggio, che ormai tocca i minimi storici.

Pessimi numeri da capogiro. Sono i dati lo specchio della crisi libica. Da 1,5 milioni di barili al giorno, in Libia, il blocco dei pozzi, ha ridotto la produzione a 200/250 mila barili giornalieri. Il punto focale è che il 70% del petrolio caratterizza l’export libico nel mondo tanto quanto il 95% delle entrate fiscali del paese dipendono appunto dagli idrocarburi. Un crollo dell’asse del greggio in Libia potrebbe essere fatale. Sono 8 miliardi i dollari perduti, un danno che ha toccato pesantemente la popolazione: via i sussidi al carburante, al riso e allo zucchero. Il Fondo Monetario Internazionale ha pertanto dovuto rivedere in modo clamoroso le stime di crescita del paese, se prima c’era un’ottimistica considerazione riguardo ad una crescita del Pil intorno al 25,3%, negli ultimi mesi le stime di crescita sono crollate al – 7,8% con un deficit di bilancio pari al 29% del Pil.

La Cirenaica e le tensioni interne. Un’altra questione spinosa in Libia ruota attorno ad antichi conflitti mai sopiti. La produzione degli idrocarburi è bloccata infatti da una tensione interna che è antica più del governo di Gheddafi. Tripoli e Bengazi infatti da tempo immemorabile sono antagoniste. Bengazi, capitale della Cirenaica è l’epicentro di un movimento indipendentista che non fa sconti. Il boicottaggio di porti e di pozzi di petrolio è all’ordine del giorno, dove il braccio armato di queste scorribande è guidato dalle milizie locali di Ibrahim Jadran.

L’Eni nel caos libico. C’è l’Eni nel caos libico che sostiene di avere avuto cali di produzione d’olio davvero considerevoli, 215 mila sono stati i barili mediamente prodotti al giorno, di cui circa 175 mila derivanti dai giacimenti in Cirenaica, dove alcuni campi ad olio devono essere ancora riattivati come quello di Abu Attifel e altri minori. Nella parte occidentale del paese, a Wafa, per l’esattezza, invece la situazione sembra ancora molto complessa. La produzione stagnante di questa regione era stata messa in crisi da attacchi continui, Elephant la zona più colpita, anche se l’Eni, per mezzo di apposite dichiarazioni si è sempre detta ottimista circa la risoluzione del conflitto e di non sussistere una situazione di emergenza tale, da costringere i dipendenti espatriati a ritornare in Italia.

Stabilità politica, produzione energetica e sicurezza. Queste sono le tre parole fulcro della vicenda. Un improvviso calo della produzione in Libia potrebbe scuotere le scorte a livello mondiale, anche se gli esperti guardano il conflitto ucraino con maggiore attenzione, questione che potrebbe davvero diventare decisiva.

La politica in Libia. La situazione politica in Libia è tutto fuorché stabile. Dopo Ali Zaidan, è stata la volta di Al-Thinni. Moderato e improvvisamente illuminato, il breve governo di Al-Thinni dagli esperti era stato visto di buon auspicio fin dagli albori. Il premier si era infatti accordato con i “federalisti” Jadran e Al-Barassi, fautori della “questione cirenaica”, per riaprire i porti di Es-Sider e Ras Lanuf; una boccata d’ossigeno, se si pensa che il 50% delle esportazioni petrolifere libiche derivano proprio dalla regione di Bengazi. Peccato che Al-Thinni dopo alcuni mesi ha dato forfait, dopo aggressioni e minacce il premier ha preferito gettare la spugna: troppo rischioso stabilire ordine in Libia, meglio lasciar perdere. Il quinto premier dopo Gheddafi è adesso Ahmed Matiq, imprenditore edile di 42 anni, incaricato di non peggiorare le cose in vista di nuove elezioni previste per quest’estate.

In Libia la crisi è lo specchio dello stop dell’industria energetica. Gli esperti sono allarmati più di ogni altro caso di post-primavera araba, il Paese secondo alcuni potrebbe diventare una “Somalia” del Mediterraneo. Il popolo libico che adesso vive una crisi spaventosa è stato abituato negli anni passati ad un continuo intervento dello Stato nel sistemare perdite e crisi sociali. La popolazione in questi mesi è invece in balia di una situazione che non è in grado di gestire tramite le stesse istituzioni da lei stessa costituite.

Cosa rischia l’Italia L’Italia qualora non si dovesse più rifornire di petrolio dalla Libia, secondo l’opinione degli esperti potrebbe anche far leva su altri paesi ricchi di oro nero, anche se saremmo scoperti sul versante gas. Il nostro paese infatti importa gas oltre che dalla Libia, dalla Norvegia, dalla Libia e specialmente dall’Algeria.

Chiudere un occhio sulla Libia sarebbe un po’ come non voler vedere l’altra faccia del Mediterraneo, una medaglia divisa da troppe contraddizioni; un lato, quello della costiera libica, che rappresenta un continente intero, l’Africa, che sarà nel futuro elemento fondamentale per le ambizioni europee. Non solo da un punto di vista energetico ma anche per una miriade di opportunità di crescita economica il continente nero sarà decisivo fino all’ultimo barile.

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