Reti di luce, gas e acquedotti per diffondere la banda larga

La bozza del decreto legge sul network 4G prevede un grande cambiamento rispetto a quanto avvenuto finora nella diffusione della connettività internet: le società che hanno un’infrastruttura di rete, ovvero quelle che gestiscono reti di luce, gas e acquedotti, la metteranno a disposizione per diffondere la banda larga. In arrivo inoltre voucher per incentivare gli utenti. Ora, però, sorgono problemi: il testo è pronto, ma Palazzo Chigi non sembra del tutto convinto di volerlo presentare.

Lo sviluppo della banda larga 4G è possibile grazie alle reti di luce e gas

La bozza del decreto Comunicazioni presentata dal Governo  punta ad aiutare l’Italia a ridurre il distacco tecnologico rispetto ad altri Paesi d’Europa grazie ad alcune misure: le società che hanno un’infrastruttura di rete – ovvero chi fornisce le reti di luce, gas e acquedotti – dovranno metterla a disposizione per diffondere la banda larga. Lo sviluppo della nostra Penisola, infatti, non può prescindere dalla diminuzione del digital divide che vede ancora l’Italia fortemente arretrata rispetto al resto d’Europa.

Si tratta di un provvedimento particolarmente atteso che porterà allo sviluppo della banda larga con un investimento da 7 miliardi di euro: si stabilisce quindi un ruolo di primo piano per le imprese che forniscono un’infrastruttura fisica che dovranno concedere l’accesso agli operatori di reti di comunicazione elettronica.

Il decreto comunicazioni prevede anche la concessione di voucher agli utenti finali, un credito di imposta, contributi credito di imposta per interventi infrastrutturali e l’istituzione del Fondo per il finanziamento degli investimenti per la rete 4G, elementi ritenuto fondamentali per implementare la banda ultra larga sull’intero territorio nazionale.

Migliori tariffe ADSL per risparmiare

Porte aperte agli operatori di telecomunicazioni

Le imprese che forniscono “un’infrastruttura fisica destinata alla prestazione di un servizio di produzione, trasporto o distribuzione di gas, elettricità, teleriscaldamento, pubblica illuminazione e impianti semaforici, ma anche relativi al settore dell’acqua, inclusi le fognature e gli impianti di trattamento delle acque reflue e sistemi di drenaggio, nonché i servizi di trasporto, compresi ferrovie, strade, porti e aeroporti, anche se concessionari pubblici o privati, concedono quindi l’accesso alla propria infrastruttura fisica agli operatori di reti di comunicazione elettronica, che ne facciano richiesta scritta, per l’installazione di elementi di reti di comunicazioni elettronica per la banda larga a una velocità di almeno 30 MegaByte al secondo”. (per maggiori informazioni sulla situazione della banda larga e ultralarga in Italia è possibile consultare il nostro osservatorio). Si tratta del meccanismo che permette di costruire l’infrastruttura senza ‘scavare’ nuovamente tracce ed è proprio per questo che si è manifestato l’interesse dell’Enel e delle utility dei servizi locali sul progetto.

L’operatore ha comunque la possibilità di rifiutare l’accesso nel caso in cui dovesse riscontrare inidoneità tecnica dell’infrastruttura o in caso di assenza di spazio per ospitare la nuova rete per ragioni di sicurezza e sanità pubblica, per assicurare l’integrità e la sicurezza delle reti e per il rischio di gravi interferenze nei servizi di comunicazione.

I costi devono essere equi

L’operatore ha due mesi di tempo per opporre il rifiuto e in questo caso, così come se non dovesse esserci accordo sui termini per l’accesso (che deve essere “consentito a condizioni eque e ragionevoli, anche riguardo al prezzo, si legge nel testo), è facoltà delle parti rivolgersi all’Autorità di settore, che ha due mesi di tempo per adottare una decisione vincolante.

L’Autorità ha inoltre il compito di determinare il prezzo di accesso, che deve essere tale da “permettere all’operatore di rete che consente l’accesso di recuperare i suoi maggiori costi di esercizio e manutenzione”.

In particolare, scende da 45 a 30 giorni il tempo entro il quale l’amministrazione che ha ricevuto una richiesta per scavi relativi all’installazione di infrastrutture di comunicazione elettronica deve adottare un provvedimento oppure convocare un’apposita conferenza di servizi: decorso tale termine la domanda si ritiene accolta. Passa invece da 15 a 10 giorni il termine relativo a scavi inferiore ai 200 metri e da 10 a 8 giorni se si tratta di apertura buche o posa di cavi.
Confronta offerte banda larga

Aggiornamento al 15 giugno

A sorpresa, però, il decreto Comunicazioni ha subito uno stop che potrebbe essere addirittura definitivo. Secondo alcune fonti provenienti dal Ministero dello Sviluppo Economico, infatti, il premier Renzi non sarebbe più certo di presentarlo per iniziare il percorso che potrebbe portare alla sua approvazione.

Per mettere in atto il progetto che porterebbe la banda larga a tutti gli italiani servono 6,6 miliardi di euro pubblici, ma di questi solo 2 sono già stati assegnati tramite le Regioni che hanno potuto avvantaggiarsi dei fondi europei, mentre i restanti dovrebbero arrivare dal Fondo Sviluppo e coesione, ma con il rischio che l’Unione Europea possa considerare una parte di questi una forma di aiuto governativo. Nel dettaglio, 3 miliardi di euro sono destinati a incentivare gli operatori a fare reti fino a 100 Megabit, tramite bandi di gara, mentre 1,4 miliardi di euro sono per voucher di incentivo all’acquisto delle offerte banda ultra larga da parte degli utenti.

Lo scopo del decreto era quindi quello di portare avanti alcuni degli strumenti previsti all’interno del piano per la banda ultra larga, a partire da alcuni incentivi fiscali per gli operatori che si occupano di posare la fibra fino alla riduzione delle procedure burocratiche. Il presidente del Consiglio, però, nel momento in cui ha esaminato nel dettaglio il provvedimento sembra avere capito che qualcosa non andava: alcune norme del piano, infatti, potrebbero essere introdotte senza uno strumento di urgenza come il decreto, mentre altre avrebbero potuto subire la bocciatura una volta esaminate in Europa.

L’ultima versione del decreto, a quanto risulta, comunque rimandava a una delibera Cipe per l’assegnazione dei 4,6 miliardi e questo spingerebbe quindi a fare valere direttamente questa delibera, cosa che sarà effettivamente fatta. Un altro aspetto di non poco valore era la decisione presa dal Ministero dell’Economia e delle Finanze di cancellare gli incentivi fiscali, per grossi problemi di copertura finanziaria, togliendo ulteriore ragion d’essere al decreto. A questo punto il rischio concreto è di replicare lo stesso incidente legislativo avvenuto con lo Sblocca Italia, che nel 2015 avrebbe dovuto liberare un buon numero di incentivi. Quello che accadrà ora dipenderà quindi totalmente da Renzi che può decidere di far riscrivere il decreto o cancellarlo in modo definitivo.

Sapere che le società che hanno un’infrastruttura di rete, ovvero quelle che gestiscono reti di luce, gas e acquedotti la potrebbero mettere a disposizione per diffondere la banda larga nella nostra Penisola potrebbe essere quindi un aiuto importante per lo sviluppo del nostro Paese, ma per far sì che questo accada è necessario che il governo ponga fine alle incertezze.
Confronta tariffe gas

Commenti Facebook: