Berlusconi vuole il monopolio delle Web Tv?

Il decreto Romani vuole porre una stretta sul web quasi da censura, all’uso della Web TV e dell’informazione internet in generale nel nostro Paese.

Il decreto in esame è atto a recepire le nuove norme Europee in materia di televisione: l’Europa stabilisce che l’attività televisiva deve essere soggetta alle stesse norme, indipendentemente dal mezzo con cui viene trasmessa.

Il risultato di questo provvedimento fa si che tutte le Web TV, o blog, e portali che forniscono servizi video/video streaming dovrebbero richiedere un’autorizzazione preventiva a trasmettere come fossero delle TV vere e proprie.

Agcom ha mosso pesanti critiche alle modalità di recepimento e all’attuazione di norme cosi restrittive: l’Authority ha chiarito che le nuove regole per il web porterebbero ad una situazione una nel panorama occidentale.

Il sospetto è fondato: l’ostinazione è volta a favorire interessi televisivi in competizione con internet. Il calo dell’auditel ha portato al lancio da parte delle TV tradizionali generaliste di portali web video e streaming che cercano, in tale modo, di colmare il gap accumulato in questi anni. Ma il riproporre un sistema tradizionale sul web non funziona, e quindi bisogna regolamentare anche internet per mantenere il potere e il controllo.

Il conflitto di interessi rimane: un presidente del consiglio che controlla il 50% dello share televisivo e un sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio (Gianni Letta) che era fino a pochi anni fa uno dei dirigenti di Mediaset possono davvero essere esenti da qualsiasi scelta etica?

La tv è morta: i contenuti non son più “propinati” alle persone ma sono gli utenti a scegliere cosa guardare. Youtube è l’espressione più plateale del cambiamento dei contenuti multimediali.

youtube-trend

A nessuno interessa più vedere Ballando sotto le stelle o Beautiful: forse ancora ai 50enni che di internet ne capiscono poco o nulla e non sanno che possono vedere quello che realmente interessa e non subirsi pubblicità e contenuti con formati vecchi, obsoleti e già riproposti in mille sfaccettature.

Inoltre con il decreto Romani tutti i contenuti, anche quelli presenti sui blog personali dovrebbero sottostare alla complicata e dura legge dei diritti d’autore, cosa che ovviamente ne comporterebbe la chiusura in massa.

Corrado Calabrò afferma che un filtro ex ante è non solo una cosa puramente burocratica, poiché non sappiamo se il sito delinquerà o no, ma non tiene neanche conto del fatto che i siti Internet sono come la testa dell’Idra, ne chiude uno e se ne apre un altro.

Il decreto sarebbe quindi inefficace vista la vastità di Internet, e si andrebbe a colpire e limitare chi nel Web agisce e lavora correttamente.

È significativo infatti che nessun altro paese europeo voglia approvare leggi simili e che invece America, Giappone ed Europa stiano dialogando per trovare una valida soluzione comune.

Ciò che preccupa è che l’Agcom, che diventerebbe tramite il decreto, una sorta di “censore” della rete”, è a nomina governativa e dunque la mannaia della censura si potrebbe abbattere su un settore piuttosto che un altro, a seconda del “colore politico” al Governo in quel momento.

Il 4 febbraio, il decreto verrà valutato e si spera che venga rivisto totalmente. In ogni caso, internet è libertà. non si può limitare. E questo fa paura, fa paura a chi gioca con potere dell’informazione.

Romani vuole porre una stretta sul web quasi da censura, all’uso della Web TV e dell’informazione internet in generale nel nostro Paese.

Il decreto in esame è atto a recepire le nuove norme Europee in materia di televisione: l’Europa stabilisce che l’attività televisiva deve essere soggetta alle stesse norme, indipendentemente dal mezzo con cui viene trasmessa.

Il risultato di questo provvedimento fa si che tutte le Web TV, o blog, e portali che forniscono servizi video/video streaming dovrebbero richiedere un’autorizzazione preventiva a trasmettere come fossero delle TV vere e proprie.

Agcom ha mosso pesanti critiche alle modalità di recepimento e all’attuazione di norme cosi restrittive: l’Authority ha chiarito che le nuove regole per il web porterebbero ad una situazione una nel panorama occidentale.

Il sospetto è fondato: l’ostinazione è volta a favorire interessi televisivi in competizione con internet. Il calo dell’auditel ha portato al lancio da parte delle TV tradizionali generaliste di portali web video e streaming che cercano, in tale modo, di colmare il gap accumulato in questi anni. Ma il riproporre un sistema tradizionale sul web non funziona, e quindi bisogna regolamentare anche internet per mantenere il potere e il controllo.

Il conflitto di interessi rimane: un presidente del consiglio che controlla il 50% dello share televisivo e un sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio (Gianni Letta) che era fino a pochi anni fa uno dei dirigenti di Mediaset possono davvero essere esenti da qualsiasi scelta etica?

La tv è morta: i contenuti non son più “propinati” alle persone ma sono gli utenti a scegliere cosa guardare. Youtube è l’espressione più plateale del cambiamento dei contenuti multimediali.

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A nessuno interessa più vedere Ballando sotto le stelle o Beautiful: forse ancora ai 50enni che di internet ne capiscono poco o nulla e non sanno che possono vedere quello che realmente interessa e non subirsi pubblicità e contenuti con formati vecchi, obsoleti e già riproposti in mille sfaccettature.

Inoltre con il decreto Romani tutti i contenuti, anche quelli presenti sui blog personali dovrebbero sottostare alla complicata e dura legge dei diritti d’autore, cosa che ovviamente ne comporterebbe la chiusura in massa.

Corrado Calabrò afferma che un filtro ex ante è non solo una cosa puramente burocratica, poiché non sappiamo se il sito delinquerà o no, ma non tiene neanche conto del fatto che i siti Internet sono come la testa dell’Idra, ne chiude uno e se ne apre un altro.

Il decreto sarebbe quindi inefficace vista la vastità di Internet, e si andrebbe a colpire e limitare chi nel Web agisce e lavora correttamente.

È significativo infatti che nessun altro paese europeo voglia approvare leggi simili e che invece America, Giappone ed Europa stiano dialogando per trovare una valida soluzione comune.

Ciò che preccupa è che l’Agcom, che diventerebbe tramite il decreto, una sorta di “censore” della rete”, è a nomina governativa e dunque la mannaia della censura si potrebbe abbattere su un settore piuttosto che un altro, a seconda del “colore politico” al Governo in quel momento.

Il 4 febbraio, il decreto verrà valutato e si spera che venga rivisto totalmente. In ogni caso, internet è libertà. non si può limitare. E questo fa paura, fa paura a chi gioca con potere dell’informazione.

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