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Rete unica TIM: le novità di Maggio 2021

Da qualche giorno si è tornati a parlare di Rete Unica TIM, ma che cos'è? E perché dopo mesi di silenzio questo progetto è di nuovo al centro di una polemica? Le novità di questo mese riguardano questo piano di creazione di unica rete di accesso che garantisca una connessione e delle prestazioni uniformi su tutto il territorio nazionale. Lo sconto è stato riacceso da un riferimento nel Piano nazionale di Resilienza e Ripartenza

Rete unica TIM: le novità di Maggio 2021

Un plurale all’interno del documento inviato dal Governo Draghi a Bruxelles e le interpretazioni di stampa e mercati hanno sollevato un polverone, al centro la questione Rete Unica TIM. Per chi non avesse seguito le puntate precedenti facciamo prima un breve riassunto e poi torniamo alle novità di Maggio su questa questione.

Il progetto di Rete Unica dovrebbe servire a garantire a tutti i cittadini sul territorio nazionale l’accesso e la fruizione di connessioni con le medesime prestazioni. Lo sviluppo della banda ultra larga nel nostro Paese è in forte ritardo rispetto alle altre nazione europee.

Per velocizzare l’ammodernamento delle infrastrutture di telecomunicazione e connessione e, quindi, per portare in tutta Italia in modo rapido la rete in fibra ottica (FTTH – Fiber to Home) è stato proposto di concentrare in un’unica azienda le due reti nazionali TIM e Open Fiber (posseduta per il 50% da Cassa Depositi e Prestiti), che da sole possiedono il 92% di strutture d’accesso primarie e secondarie.

TIM metterebbe le infastrutture secondari, gli armadietti stradali e il cosiddetto ultimo miglio in rame che collega gli edifici tramite le vecchie reti telefoniche. Open Fiber invece la sua rete più limitata ma con strutture d’accesso primario completamente in fibra fino alle abitazioni.

Le fasi del progetto di Rete Unica TIM Open Fiber

Durante la pandemia il Governo Conte bis aveva appoggiato un’intesa tra i due concorrenti storici e si sono fatte sempre più insistenti le voci di accordi per realizzare la Rete Unica, fino alla firma di una lettera di intenti tra TIM e Cassa Depositi e Prestiti lo scorso agosto. A Settembre 2020 è stata poi annunciata la nascita di FiberCop, la società che metteva insieme TIM, FlashFiber e KKr (Fondo d’investimento americano). La FiberCop è detenuta per il 58% da TIM, per 37,5% dal fondo Kkr e per il 4,5% da Fastweb.

Questo era stato il primo passo concreto per avvicinarsi alla creazione dalla Rete Unica TIM Open Fiber – secondo gli articoli usciti lo scorso anno il nuovo progetto avrebbe preso il nome di AccessCo -. Sulla stampa specializzata sono stati citati diversi motivi a sostegno della necessità di questa operazione di unificazione delle infrastrutture, tra gli altri è stato citato lo spreco di risorse dovuto alla duplicazione delle infrastrutture. Questo però è un fattore valido per le grandi metropoli ma che perde di sostanza nelle aree bianche, quelle zone del paese non raggiunge dalle infrastrutture e in cui la banda è assente o si viaggia ancora a 7 Mega.

Le novità di Maggio sulla Rete Unica TIM

A rinverdire il tema Rete Unica TIM Open Fiber è stato il documento del Piano Nazionale di Resilienza e Ripresa inviato dal Governo Draghi a Bruxelles. Nel testo per ottenere i fondi del Recovery Fund (221 miliardi per digitalizzazione, transizione ecologica, spese per sanità ed istruzione) sarebbe stato omesso qualunque riferimento alla Rete Unica ed è invece stato inserito un riferimento che ha provocato un terremoto borsistico.

La frase incriminata, riportata da Repubblica, è: “L’intervento del PNRR si colloca nel solco degli sfidanti obiettivi definiti in sede europea e nella consapevolezza che le reti a banda larga ultraveloce sono una General Purpose Technology“. Quell’unica parola Reti e l’interpretazione che la stampa e i mercati hanno letto in questa frase hanno portano un crollo del titolo TIM a Piazza Affari. Il 6 Maggio al termine delle contrattazioni il titolo ha chiuso con un ribasso del -5,5%.

TIM ha già annunciato che presenterà un esposto alla Consob (Commissione Nazionale per le Società e la Borsa), l’organo che deve tutelare gli investitori e la trasparenza sui mercati. Il Gruppo ha diffuso una nota in cui ha dichiarato: “[le interpretazioni] inappropriate e prive di riscontri oggettivi relative ai contenuti del PNRR, che ha come scopo la digitalizzazione del Paese e il completamento delle reti nelle aree in cui gli investimenti privati non sono sufficienti”.

“Non si comprende”, continua il messaggio della società, “la relazione tra il suddetto Piano e possibili aggregazioni delle società oggi operanti nel settore, atteso che tali aggregazioni rientrano tra le operazioni di mercato rimesse esclusivamente alla volontà delle società coinvolte e dei loro soci”.

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I problemi di concorrenza legati alla fusione

La situazione che si verrebbe a creare con la nascita della Rete Unica sarebbe un po’ un’anomalia in Europa, nel nostro Paese infatti la rete d’accesso al collegamento tornerebbe di fatto ad essere soggetto ad una sorta di monopolio. Questa unicità del nostro Paese deriva anche, secondo alcuni, dal mancato sviluppo di una competizione tra il settore delle telecomunicazioni e di quello delle reti tv via cavo.

La neo Rete Unica potrebbe andare incontro anche a delle difficoltà legate alla normativa anti trust, come riportato da Innocenzo Genna (expert of European digital regulation & policy), in una lunga analisi su Valigia Blu: “Per quanto non esista una norma specifica che vieti un monopolio di fatto nelle telecomunicazioni, la prassi sviluppata dalle autorità antitrust, sia a livello europeo che nazionale, rende altamente improbabile una tale autorizzazione. Il caso appare ulteriormente complicato dalla pretesa di TIM di mantenere il controllo della Rete Unica”.

Anche se la società di telecomunicazioni ha poi ammorbidito la richiesta, dichiarandosi disposta ad un controllo condiviso,  spiega Genna il problema a livello di antitrust permane. In particolare la vigilanza per la concorrenza si concentrerebbe, in questo caso, sulla questione legata alle restrizioni verticali. TIM infatti è un’operatore integrato verticalmente perché vende servizi internet casa ma è anche fornitore di accesso alla rete per i suoi competitor.

Con la fusione e il progetto di Rete Unica TIM non avrebbe praticamente più concorrenti per quel che riguarda l’accesso alle infrastrutture e questo potrebbe penalizzare gli altri operatori che propongono offerte in fibra. Negli ultimi anni proprio l’ingresso di OpenFiber (nel 2016) aveva movimentato il mercato delle promozioni casa in Italia e operatori come WindTre e Sky si sono affidati a questa società per poter essere competitivi rispetto a TIM.

Uno dei limiti citato dalla stampa specialistica riguarda anche gli aspetti futuri e gli investimenti. La domanda che in tanti si pongono è come TIM potrà garantire gli interessi dei consumatori e dello sviluppo delle reti sul lungo periodo. L’Italia punta entro il 2030 a portare alle famiglie una connettività di almeno 1 Gigabit/s e la copertura 5G nelle zone più popolose, questo secondo le direttive europee  del programma Digital compass 2030.

In quest’ottica con la Rete Unica e l’azzeramento della concorrenza, quali garanzie offrirà TIM se dovrà decidere tra il proseguire negli investimenti infrastrutturali per la collettività o la richiesta di dividendi da parte dei suoi azionisti?

Digital Divide e aree bianche, il PNRR cosa prevede

Restano molti temi aperti e un gap da colmare, lo sviluppo della rete di infrastrutture in Italia ha seguito le grandi metropoli e i poli industriali. D’altra parte nel nostro Paese il 12 % della popolazione si concentra in città di medie e grandi dimensioni.

Stefano Quintarelli, esperto di telecomunicazioni, aveva spiegato all’AGI proprio in riferimento al business della banda ultralarga e alla Rete Unica come: “I business come questo della rete sono legati alla densità abitativa. Diventano profittevoli solo in aree dove la popolazione è concentrata e c’è molta domanda. Quindi il problema italiano nasce dalla difficoltà di conciliare i corretti interessi dell’azienda, i suoi obiettivi di bilancio, e l’obiettivo della politica di dotare il Paese di una rete ad alta capacità e a prova di futuro”.

Nel 2019, stando ai dati riportati dal Progetto nazionale di sviluppo della banda ultralarga in Italia, il gap digitale del nostro Paese era impressionante. L’indice DESI (Digital Economy and Society Index) della Commissione Europea mostra una quota media di abbonamenti alla rete fino a 100 Megabit/s in Europa pari al 26%, in Italia il DESI era al 14%.

Come se questo non fosse un dato sufficiente, dalle indagini annuali svolte dalla società Infratel Italia S.p.A., su richiesta del Ministero dello sviluppo economico, le intenzioni di investimento degli operatori per portare la copertura del servizio a banda ultralarga nelle aree bianche (a fallimento di mercato) sono risultati 6.700 comuni italiani (12 milioni di abitazioni)

Proprio per compensare queste naturali tendenze di mercato è nato il Piano denominato BUL, la Strategia Italiana per la Banda Ultralarga. Quel progetto aveva come obiettivo entro il 2025 di coprire quel 25% del territorio raggiunto solo da connessioni che viaggiavano a meno di 30 Megabit/s con i servizi di banda veloce.Nel PNRR è stato inserito a questo proposito un “grande progetto nazionale banda ultralarga – Aree bianche”, i fondi che dovrebbero essere destinati a questo piano sono di circa 941 milioni di euro.

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