Reddito di cittadinanza: tutto quello che c’è da sapere (bufale escluse)

Dopo le elezioni del 4 marzo, il reddito di cittadinanza è sulla bocca di tutti: tra equivoci, uso improprio di lessico tecnico e fake news, c’è bisogno di chiarezza su questo strumento che, rappresenta il cavallo di battaglia nella proposta economica del Movimento 5 Stelle, risultato primo partito nell’ultima tornata elettorale. Ecco una breve guida per capire che cos’è e a chi spetterebbe, se l’intenzione si trasformasse in legge così com’è.

Chi ne avrebbe diritto e i requisiti per continuare a riceverlo

Reddito di cittadinanza o reddito minimo garantito?

Tecnicamente, il reddito di cittadinanza (spesso indicato anche con dei supposti sinonimi, come vedremo non equivalenti, come reddito di inclusione o reddito di dignità) è un sostegno economico pubblico che ha come unico requisito l’essere appunto cittadini della nazione che applica la misura. Accade ad esempio in Alaska, dove il governo “premia” chi rimane residente con il Permanent Fund Dividend (1.100 dollari nel 2017).

In realtà, la proposta del Movimento 5 Stelle per l’Italia è piuttosto assimilabile a un reddito minimo garantito, cioè un’erogazione di denaro non per tutti, ma solo per i cittadini italiani maggiorenni con un reddito inferiore a una certa soglia e legato a determinate condizioni, tra cui la ricerca attiva di un lavoro attraverso i centri per l’impiego. Inoltre, determinate situazioni (come il rifiutare tre proposte di lavoro, o guadagnare più di 780 euro al mese) porterebbero alla fine immediata del sostegno.

A chi spetterebbe il reddito minimo garantito del M5S

Il sostegno economico (non quindi reddito di cittadinanza ma reddito minimo garantito, come si è detto) spetterebbe ai cittadini italiani con più di 18 anni, comunitari o in arrivo da Paesi che hanno firmato trattati con l’Italia per garantire diritti sulla sicurezza sociale (non sono compresi, ad esempio, gli stranieri con regolare permesso di soggiorno), inoccupati o disoccupati e con un reddito inferiore alla soglia di povertà (pari a 6/10 del reddito mediano equivalente familiare). Questa soglia è di 780 euro netti mensili.

Per poter accedere al reddito della proposta M5S (proposta di legge Catalfo, n. 1148/2013) è necessario iscriversi ai centro per l’impiego pubblici, opportunamente riformati, e iniziare un percorso di formazione o di riqualificazione insieme a un percorso di ricerca attiva di lavoro. L’eccezione è per alcune figure che sono esonerate da tali requisiti, ovvero i pensionati sotto la soglia precedentemente indicata, i disabili e i padri con figli minori di 3 anni.

Inoltre l’iscrizione ai centri per l’impiego non è sufficiente; bisogna frequentare i corsi di formazione dei centri per l’impiego e dedicare fino a 8 ore alla settimana da dedicare a progetti sociali organizzati dal Comune di residenza (di nuovo, con l’eccezione di pensionati e disabili).

L’ammontare del sostegno mensile

La soglia reddituale sotto la quale si può percepire il reddito minimo garantito è di 780 euro, cifra che è allo stesso tempo il massimo integrabile; questo significa che chi non guadagna nulla percepirà di base sul proprio conto corrente 780 euro al mese (aumentate però a seconda della numerosità del nucleo familiare, fino a un caso di 1.950 euro in caso di famiglia di quattro componenti); chi guadagna già qualcosa ma sotto i 780 euro, invece, percepirà soltanto la differenza tra questa cifra e il reddito percepito. Ad esempio, una pensione di 600 euro netti riceverà un sostegno ulteriore di 180 euro al mese.

Da ricordare che in Italia c’è da quest’anno il REI o reddito di inclusione, che però è rivolto a una platea molto più ridotta, solo le persone in povertà assoluta (Isee non superiore ai 6.000 euro e Isre non superiore a 3.000 euro) e fino a un massimo di 534 euro mensili.
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Quando si perde il diritto al sostegno

Per lo stesso principio, chi percepisce 780 euro o più al mese non ha più diritto al reddito previsto dalla proposta Catalfo; ecco perché ogni cittadino, in caso di approvazione della legge, sarebbe tenuto a comunicare tempestivamente eventuali variazioni del proprio reddito. Non solo; si uscirebbe dai beneficiari della riforma anche in caso di rifiuto di tre proposte di lavoro “ritenute congrue” fatte dai centri per l’impiego, attinenti quindi alle propensioni e alle competenze certificate.

Proprio i centri per l’impiego sono stati oggetto di un piccolo caso mediatico nei giorni scorsi, quando diversi giornali hanno parlato di un “assalto” da parte di chi, all’indomani delle elezioni, pretendeva di incassare quanto previsto dal reddito di cittadinanza. In realtà, si è in buona parte trattato di una fake news (qualcuno ha anche utilizzato foto d’archivio di code alle Poste spacciandole per nuove), anche se in effetti i centri hanno riscontrato un aumento sensibile delle richieste d’informazione al riguardo.

Quanto costerebbe la riforma

Secondo il M5S, il costo della riforma per il reddito minimo garantito sarebbe, per il primo anno, di quasi 17 miliardi di euro; 2,1 miliardi verrebbero dedicati alla riforma dei centri per l’impiego (che andrebbero collegati tramite una struttura informatica centralizzata con l’Agenzia delle Entrate e e con i ministeri, in modo da garantire tutti i controlli necessari) e 14,9 miliardi per l’erogazione degli assegni, cioè circa l’1% del PIL e il 2% della spesa pubblica. Altre stime, come quelle di lavoce.info, parlano di 29 miliardi, imputando i maggiori costi a una sottostima delle famiglie realmente sotto la soglia di povertà (specialmente tra chi ha una casa di proprietà).

Le coperture dovrebbero arrivare da tagli della spesa della Pubblica Amministrazione, dal divieto del cumulo pensionistico tra redditi di lavoro autonomo e dipendenti, dalla riduzione delle detrazioni per i contributi più alti, da tasse più elevate per banche e assicurazioni, dal Fondo per il sostegno alla povertà, dall’aumento delle tasse sul gioco d’azzardo, dalla soppressione di alcuni enti (per alcuni dei quali, come il Cnel, sarà però necessaria una riforma costituzionale) e dall’aumento dei canoni alle multinazionali di gas e petrolio per le trivellazioni.

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