P2P: nuove leggi in arrivo?

Non è solo la Francia a volere bandire il file sharing illegale, con una legge appena passata all’Assemblea Nazionale e che ora è molto vicina a diventare esecutiva.

C’è un crescendo di interventi legislativi e proposte nella stessa direzione, in Europa e nel mondo. 
È da ottimisti pensare che l’Italia, dove il peer to peer ha una presenza massiccia, possa scamparla ancora a lungo. 
L’odio del peer to peer, infatti, si spande come un virus globalizzato. Ultima notizia, anche la Corea del Sud (il Paese con la più alta penetrazione di banda larga al mondo) ha adottato il principio francese dei “tre colpi”.

Allo stesso modo che in Francia: l’utente colto a fare peer to peer pirata, dai detentori di diritto d’autore, viene segnalato alle autorità, che gli mandando un primo avviso, un secondo avviso e, alla terza recidiva, gli tolgono l’abbonamento internet per un po’ di tempo.

In Svezia, invece, una legge scattata il primo aprile ha già ridotto di un terzo il traffico internet circolante: obbliga i provider a comunicare, ai detentori di copyright, gli estremi degli utenti peer to peer (per successive denunce). In Italia, dopo il fallimento dei tavoli tra provider e industria discografica, lo stato dell’arte del dibattito è dato da proposte di legge, come quella di Barbareschi o Carlucci.

Vorrebbero inaugurare una fase di tolleranza zero contro il peer to peer.

Se l’Italia dovesse fare questo passo, convertendo in legge le proposte, sarebbe insomma in buona compagnia.

E per ora non può arrivare un veto dall’Europa Unita, dove le posizioni, in materia, sono contrastanti. È vero che il Parlamento ha votato contro queste misure, la settimana scorsa, ma nell’ambito di norme che, prima di diventare direttiva comunitaria, devono passare al vaglio anche del Consiglio d’Europa.

E al Consiglio siedono i rappresentati degli stati membri, molti dei quali (soprattutto i francesi, com’è ovvio) sono favorevoli a queste misure.

L’effetto pratico e certo di queste norme sembra però uno soltanto: quello di terrorizzare gli utenti. È un deterrente efficace, almeno nell’immediato, come dimostrerebbe il caso svedese. Il problema è che, come notato da molti osservatori, sono misure difficili da attuare, dispendiose per l’autorità.

Quante mail di avviso bisognerà mandare? Come individuare con certezza l’utente peer to peer, se è una connessione condivisa da una famiglia, un’azienda, un’università? Anche la strada delle denunce da parte dell’industria del copyright è in salita: negli Stati Uniti, dove è stata perseguita in modo massiccio, non ha dato risultati efficaci ed è stata sconfessata anche dall’associazione dei discografici. In Europa idem, in più potrebbe scontrarsi con problemi di tutela della privacy (come già avvenuto nel caso Peppermint).

Insomma, il dilemma su come il peer to peer e l’industria dovranno sistemare i propri conti in sospesa non è ancora per niente definito e probabilmente ci accompagnerà per molti anni

la Francia a volere bandire il file sharing illegale, con una legge appena passata all’Assemblea Nazionale e che ora è molto vicina a diventare esecutiva.

C’è un crescendo di interventi legislativi e proposte nella stessa direzione, in Europa e nel mondo. 
È da ottimisti pensare che l’Italia, dove il peer to peer ha una presenza massiccia, possa scamparla ancora a lungo. 
L’odio del peer to peer, infatti, si spande come un virus globalizzato. Ultima notizia, anche la Corea del Sud (il Paese con la più alta penetrazione di banda larga al mondo) ha adottato il principio francese dei “tre colpi”.

Allo stesso modo che in Francia: l’utente colto a fare peer to peer pirata, dai detentori di diritto d’autore, viene segnalato alle autorità, che gli mandando un primo avviso, un secondo avviso e, alla terza recidiva, gli tolgono l’abbonamento internet per un po’ di tempo.

In Svezia, invece, una legge scattata il primo aprile ha già ridotto di un terzo il traffico internet circolante: obbliga i provider a comunicare, ai detentori di copyright, gli estremi degli utenti peer to peer (per successive denunce). In Italia, dopo il fallimento dei tavoli tra provider e industria discografica, lo stato dell’arte del dibattito è dato da proposte di legge, come quella di Barbareschi o Carlucci.

Vorrebbero inaugurare una fase di tolleranza zero contro il peer to peer.

Se l’Italia dovesse fare questo passo, convertendo in legge le proposte, sarebbe insomma in buona compagnia.

E per ora non può arrivare un veto dall’Europa Unita, dove le posizioni, in materia, sono contrastanti. È vero che il Parlamento ha votato contro queste misure, la settimana scorsa, ma nell’ambito di norme che, prima di diventare direttiva comunitaria, devono passare al vaglio anche del Consiglio d’Europa.

E al Consiglio siedono i rappresentati degli stati membri, molti dei quali (soprattutto i francesi, com’è ovvio) sono favorevoli a queste misure.

L’effetto pratico e certo di queste norme sembra però uno soltanto: quello di terrorizzare gli utenti. È un deterrente efficace, almeno nell’immediato, come dimostrerebbe il caso svedese. Il problema è che, come notato da molti osservatori, sono misure difficili da attuare, dispendiose per l’autorità.

Quante mail di avviso bisognerà mandare? Come individuare con certezza l’utente peer to peer, se è una connessione condivisa da una famiglia, un’azienda, un’università? Anche la strada delle denunce da parte dell’industria del copyright è in salita: negli Stati Uniti, dove è stata perseguita in modo massiccio, non ha dato risultati efficaci ed è stata sconfessata anche dall’associazione dei discografici. In Europa idem, in più potrebbe scontrarsi con problemi di tutela della privacy (come già avvenuto nel caso Peppermint).

Insomma, il dilemma su come il peer to peer e l’industria dovranno sistemare i propri conti in sospesa non è ancora per niente definito e probabilmente ci accompagnerà per molti anni

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