La rete non può essere neutrale, non in questo modo

La guerra è appena iniziata: Google ha annunciato assieme a Verizon 7 principi circa la (non) neutralità della rete, affermando che gli operatori sulla rete wireless possono avere il potere di discriminare i bit. Stefano riporta alla luce la famose frase di Orwell dove “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.

Quindi Google è cattivoun rischio, una condanna per la neutralità della rete. Soprattutto di quella mobile, sulla quale si giocheranno le partite del futuro. Falso, e allora Google è vittima? No. Semplicemente vuole essere sicuro di accaparrarsi la “search” del futuro, che sarà in mobilità, piena di pubblicità geolocalizzata e contestuale. Non può permettersi di rimanerne fuori, pena la morte.

Senza regole precise finora la neutralità mobile è rimasta a discrezione dei provider: chi ha già una posizione consolidata da tempo sta applicando una discriminazione sul traffico (Vodafone?), chi ancora deve crescere mangia la spazzatura (H3G) affermando che è buona e si accaparra tutto (come quando si butta in una rete in fondo al mare) per rubare forse troppo e poi correre ai ripari.

Non c’è abbastanza banda per tutti, ma non è una novità. La rete non è uguale per tutti: c’è chi può connettersi solo da cellulare, chi solo da computer, solo da rete fissa, chi non può usare il VoIP, chi il P2P e chi più ne ha più ne metta. Con i ma e con i se, uno tra i principali operatori al mondo, Vodafone, già lo fa da tempo. Stefano si scandalizza se un fornitore di contenuti/servizi può fare qualunque cosa, con un operatore, per fare un servizio per il wireless. Roba da matti: eppure già fanno così, non si tratta di traffico prioritizato ma di traffico consentito/vietato.

E allora perché tutti urlano allo scandalo solo ora? “Google il cattivo, ci hai traditi”: si cerca di fare notizia e non dare la notizia. E me ne dispiaccio, non sono ne un giornalista ne un glottologo. Eppure vorrei proporre una nuova visione, ancora (credo) non affrontata da nessuno.

E’ normale, scrive Luca, che nello stabilire dei principi non si dovrebbe ammettere ciò che molto probabilmente si è fatto finora guidato da un puro spirito imprenditoria. Comprensibile, condivisibile e rispettabile ma non si può pretendere che un documento di intenti fatto da due tra le più grandi società quotate al mondo sia un atto di beneficenza.

E’ chiaro che ammettere la non neutralità della rete rallenta l’innovazione nel mobile: però è inevitabile. Qui non ci sono ricavi sufficienti per gli operatori: niente costi/ricavi di terminazione per stimolare gli investimenti, niente sms (che sono margine puro), niente ricavi da voce on-net. Lo sviluppo della rete mobile così non è sostenibile. I ricavi non coprono minimamente i costi degli investimenti. Senza contare che i costi di sviluppo di una rete fissa riuscivano ad essere assorbiti da una crescita molto più ampia (e da una rete potenzialmente con capacità immensa) rispetto a una rete wireless al collasso in poco tempo. Senza contare che la tecnologia alla base della rete mobile si è adagiata sugli allori e ora ci si ritrova in una situazione di scarsità e inefficienza con il peso del macigno chiamato VoIP che soppianta costi di interconnessione e riduce un Arpu che prima garantiva la sostenibilità del sistema.

La net neutrality mobile sarebbe un buco di miliardi di dollari: nessun pazzo scatenato, neanche il più folle, stilerebbe un documento che dica di voler “ammazzare” i propri ricavi a favore dell’umanità. A fare ciò deve essere un ente terzo, super partes (come la FCC) che stabilisca regole rispettabili, da rispettare. Si perchè per attendere le normative, devono essere credibili, attuabili e con i dovuti bilanciamenti.

E allora se non puoi sconfiggere il male (che poi male non è, semplicemente l’interesse economico), alleati. E questo ciò che ha fatto Google, prima che lo facesse qualcun altro (Bing?). La società di Mountain View non sta preparando la propria rete mobile: semplicemente vuole garantirsi, in un sistema puramente capitalistico, di avere il diritto (pagando) ad una maggiore velocità di trasmissione dei propri dati. Perchè la battaglia pubblicitaria si sposta da fisso a mobile e se mancano le infrastrutture manca lo sviluppo del business.

Il Dio Denaro prevale ancora e Google, forse il maggior utilizzatore di banda al mondo, vuole sicuramente tutelare la propria posizione di predominio assicurandosi di continuare a mantenere l’esperienza di ricerca per gli utenti ai massimi livelli.

La soluzione c’è: a parte la riduzione di consumo di banda di ogni risorsa (sistemi che riducono immagini, ottimizzino i video e via discorrendo), a parte lo sviluppo delle femtocelle, del wimax con protocolli interoperabili (sempre aperti a critiche) è necessario un intervento regolatorio che lasci intravvedere un probabile sussidio. Bisogna definire un intervento pubblico affinché una risorsa scarsa possa essere messa a disposizione dell’utilità del sistema Paese.

Il modello di costo che hanno fino ad oggi pagato gli utenti sulla rete fissa non può essere applicato alla rete mobile: non è possibile ripagare gli investimenti, tanto che la rete è al collasso e tutti gli operatori corrono ai ripari non investendo e limitando il traffico.

Non è possibile lasciare alle aziende il libero arbitrio di investire in un sistema Paese che serve alla crescita Pubblica: così facendo e portando all’esasperazione il sistema, si avrebbero investimenti solo dove si generano profitti creando un Internet parallelo. Un internet dei pacchetti consentiti/vietati. Non è vietato, per carità. Solo non chiamiamolo più internet.

Alessandro Bruzzi

appena iniziata: Google ha annunciato assieme a Verizon 7 principi circa la (non) neutralità della rete, affermando che gli operatori sulla rete wireless possono avere il potere di discriminare i bit. Stefano riporta alla luce la famose frase di Orwell dove “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.

Quindi Google è cattivoun rischio, una condanna per la neutralità della rete. Soprattutto di quella mobile, sulla quale si giocheranno le partite del futuro. Falso, e allora Google è vittima? No. Semplicemente vuole essere sicuro di accaparrarsi la “search” del futuro, che sarà in mobilità, piena di pubblicità geolocalizzata e contestuale. Non può permettersi di rimanerne fuori, pena la morte.

Senza regole precise finora la neutralità mobile è rimasta a discrezione dei provider: chi ha già una posizione consolidata da tempo sta applicando una discriminazione sul traffico (Vodafone?), chi ancora deve crescere mangia la spazzatura (H3G) affermando che è buona e si accaparra tutto (come quando si butta in una rete in fondo al mare) per rubare forse troppo e poi correre ai ripari.

Non c’è abbastanza banda per tutti, ma non è una novità. La rete non è uguale per tutti: c’è chi può connettersi solo da cellulare, chi solo da computer, solo da rete fissa, chi non può usare il VoIP, chi il P2P e chi più ne ha più ne metta. Con i ma e con i se, uno tra i principali operatori al mondo, Vodafone, già lo fa da tempo. Stefano si scandalizza se un fornitore di contenuti/servizi può fare qualunque cosa, con un operatore, per fare un servizio per il wireless. Roba da matti: eppure già fanno così, non si tratta di traffico prioritizato ma di traffico consentito/vietato.

E allora perché tutti urlano allo scandalo solo ora? “Google il cattivo, ci hai traditi”: si cerca di fare notizia e non dare la notizia. E me ne dispiaccio, non sono ne un giornalista ne un glottologo. Eppure vorrei proporre una nuova visione, ancora (credo) non affrontata da nessuno.

E’ normale, scrive Luca, che nello stabilire dei principi non si dovrebbe ammettere ciò che molto probabilmente si è fatto finora guidato da un puro spirito imprenditoria. Comprensibile, condivisibile e rispettabile ma non si può pretendere che un documento di intenti fatto da due tra le più grandi società quotate al mondo sia un atto di beneficenza.

E’ chiaro che ammettere la non neutralità della rete rallenta l’innovazione nel mobile: però è inevitabile. Qui non ci sono ricavi sufficienti per gli operatori: niente costi/ricavi di terminazione per stimolare gli investimenti, niente sms (che sono margine puro), niente ricavi da voce on-net. Lo sviluppo della rete mobile così non è sostenibile. I ricavi non coprono minimamente i costi degli investimenti. Senza contare che i costi di sviluppo di una rete fissa riuscivano ad essere assorbiti da una crescita molto più ampia (e da una rete potenzialmente con capacità immensa) rispetto a una rete wireless al collasso in poco tempo. Senza contare che la tecnologia alla base della rete mobile si è adagiata sugli allori e ora ci si ritrova in una situazione di scarsità e inefficienza con il peso del macigno chiamato VoIP che soppianta costi di interconnessione e riduce un Arpu che prima garantiva la sostenibilità del sistema.

La net neutrality mobile sarebbe un buco di miliardi di dollari: nessun pazzo scatenato, neanche il più folle, stilerebbe un documento che dica di voler “ammazzare” i propri ricavi a favore dell’umanità. A fare ciò deve essere un ente terzo, super partes (come la FCC) che stabilisca regole rispettabili, da rispettare. Si perchè per attendere le normative, devono essere credibili, attuabili e con i dovuti bilanciamenti.

E allora se non puoi sconfiggere il male (che poi male non è, semplicemente l’interesse economico), alleati. E questo ciò che ha fatto Google, prima che lo facesse qualcun altro (Bing?). La società di Mountain View non sta preparando la propria rete mobile: semplicemente vuole garantirsi, in un sistema puramente capitalistico, di avere il diritto (pagando) ad una maggiore velocità di trasmissione dei propri dati. Perchè la battaglia pubblicitaria si sposta da fisso a mobile e se mancano le infrastrutture manca lo sviluppo del business.

Il Dio Denaro prevale ancora e Google, forse il maggior utilizzatore di banda al mondo, vuole sicuramente tutelare la propria posizione di predominio assicurandosi di continuare a mantenere l’esperienza di ricerca per gli utenti ai massimi livelli.

La soluzione c’è: a parte la riduzione di consumo di banda di ogni risorsa (sistemi che riducono immagini, ottimizzino i video e via discorrendo), a parte lo sviluppo delle femtocelle, del wimax con protocolli interoperabili (sempre aperti a critiche) è necessario un intervento regolatorio che lasci intravvedere un probabile sussidio. Bisogna definire un intervento pubblico affinché una risorsa scarsa possa essere messa a disposizione dell’utilità del sistema Paese.

Il modello di costo che hanno fino ad oggi pagato gli utenti sulla rete fissa non può essere applicato alla rete mobile: non è possibile ripagare gli investimenti, tanto che la rete è al collasso e tutti gli operatori corrono ai ripari non investendo e limitando il traffico.

Non è possibile lasciare alle aziende il libero arbitrio di investire in un sistema Paese che serve alla crescita Pubblica: così facendo e portando all’esasperazione il sistema, si avrebbero investimenti solo dove si generano profitti creando un Internet parallelo. Un internet dei pacchetti consentiti/vietati. Non è vietato, per carità. Solo non chiamiamolo più internet.

Alessandro Bruzzi

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