Età per il 1° smartphone: qual è quella giusta?

A che età regalare il primo cellulare? Ragazzini sempre più giovani sfoggiano smartphone da centinaia di euro che vibrano a tutte le ore e che non vengono spenti quasi mai. Qual è l’età giusta per cominciare una simbiosi che continuerà (verosimilmente) per tutta la vita?

Figli e smartphone: quando regalare il primo cellulare?
Figli e smartphone: quando regalare il primo cellulare?

Sempre più spesso, al ristorante, in coda alla posta o a quella del supermercato, si vedono bambini anche piccolissimi con in mano uno smartphone su cui guardano un cartone animato o con il quale giocano all’ultimo videogame.

Certo, in questi casi il telefonino è quello di mamma e papà, o al massino del fratello o della sorella più grande, che viene dato in mano al bambino per “tenerlo buono” in un luogo pubblico. Ma la verità è che al giorno d’oggi l’età minima a cui si regala il primo cellulare ai propri figli è scesa ai minimi livelli.

Qualche anno fa lo smartphone era il regalo per il compleanno o per la promozione che segnava il passaggio dalle scuole medie a quelle superiori. Oggi invece anche i preadolescenti (si parla di ragazzini di 10-11 anni) sfoggiano tecnologie all’avanguardia e cellulari da centinaia e centinaia di euro.

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Ecco dunque sorgere il problema che affligge migliaia di famiglie: a che età si deve regalare il primo cellulare ai figli? Vediamo insieme qualche risposta.

I passi verso lo smartphone

Passo numero uno: il ricatto. Uno dei motivi per cui i genitori spesso “cedono” e finalmente comprano il cellulare al figlio ancora troppo giovane è quella famosa frase che si sente echeggiare di famiglia in famiglia tra ragazzi di ogni età: “ma ce l’hanno tutti“. Il sentirsi parte del gruppo è un passaggio fondamentale per la crescita di un ragazzo, tuttavia talvolta il fatto che tutti seguano un certo comportamento non significa necessariamente che questo sia quello più corretto.

Passo numero due: la competenza tecnologica. Spesso i figli, benché giovanissimi, sono istintivamente molto più pratici con la tecnologia rispetto ai genitori. I cosiddetti Post-millennials sono nati in un mondo in cui schermi televisivi, dei computer, dei cellulari e dei tablet costituiscono la più comoda finestra sul mondo. Il che significa che questa tecnologia li accompagna nella crescita, caratterizzandoli come un habitat. Obiettivamente: i ragazzini sono smart davanti a ogni oggetto dotato di microSD. Ma essere tecnologicamente dotati non significa necessariamente saper gestire consapevolmente una tecnologia o una situazione. L’oggetto smartphone, con la semplicità che lo caratterizza nella connessione internet, con tutti quei giochi cui dà accesso e quelle accattivanti Applicazioni, nasconde in realtà un’anima potenzialmente pericolosa. Saper raggiungere un contenuto con comporta la capacità di riceverlo. E i rischi, nel mondo del web, sono moltissimi: contenuti spinti, cyberbullismo, sexting, per non parlare della sovrapposizione tra la vita virtuale con quella reale, o – nei casi più estremi – lo scambio dell’una con l’altra. Parlando in termini medici, il cervello del preadolescente (10 – 11 anni) cui diamo in mano il primo smartphone personale non ha ancora raggiunto lo sviluppo necessario dei lobi frontali perché sia in grado di prevedere i rischi: il “non ci avevo pensato” fisiologicamente è e resterà sempre il primo e più sincero giustificativo del ragazzino che si è appena messo nei pasticci. Il che rende l’adolescente alle prese con il primo cellulare estremamente vulnerabile nei confronti delle potenzialità di quello stesso oggetto.

Di fatto è un po’ come mettere in mano a un quindicenne un’automobile: ci sono dei ragazzi che già a quell’età sono alti 1,80 m e sarebbero – tecnicamente – perfettamente in grado di portare una vettura; non per questo daremmo loro libero accesso alle chiavi della nostra auto.

Le statistiche dicono che l’Italia sia al primo posto in Europa per la diffusione dei cellulari e anche per la giovane età degli utenti. La prima App scaricata? Instagram, con tutte quelle fotografie accattivanti e la grafica dinamica. E importa poco se esiste una fascia d’utilizzo minima di 13 anni, come per WhatsApp. Meno gettonata è invece Facebook, che i ragazzi così giovani sono meno propensi ad utilizzare per il timore di essere raggiunti dai profili di parenti e genitori. Impressionante è, inoltre, scoprire il numero delle applicazioni create apposta per la prima infanzia, che vengono utilizzate anche nelle scuole: in tal modo i cosiddetti “nativi digitali” finiscono con il considerare la tecnologia come elemento naturale del loro ambiente di crescita: imparata tramite il gioco nell’età più tenera.

Qual è quindi l’età giusta per il primo smartphone?

La verità è che non esiste una risposta giusta a questa domanda. Anche i medici non sono in grado di dare con precisione un numero: la certezza è che un buon compromesso tra il bisogno del ragazzo di accedere alla tecnologia e la sua capacità di gestione potrebbe aggirarsi intorno all’inizio delle scuole superiori.

Il resto è tutto in mano ai genitori: di fatto ogni caso è unico e l’età giusta dipende in parte dalla maturità dei figli e in parte dalla sensibilità dei genitori. Esiste uno studio – effettuato dalla ricercatrice Alexandra Samuel – che suddivide i genitori in tre categorie in base all’approccio adottato nei confronti dei figli e della tecnologia. Un primo gruppo viene definito “digital enables” che si pongono in maniera particolarmente libertaria nei confronti degli smartphone, lasciando i figli giocare con la tecnologia senza troppo controllo; ci sono poi i “digital limiters” che supervisionano l’uso dello smartphone da parte dei figli e tentano di limitarlo; e infine i “digital mentors” che invece vorrebbero partecipare all’uso dei dispositivi dei figli, utilizzandoli insieme a loro.

La strada più proficua è certamente quella della condivisione senza soffocamento. In questo modo si limitano i rischi e si tenta di dare il buon esempio senza tuttavia diventare invadenti: anche il rispetto dei confini e della privacy è fondamentale allo sviluppo di autonomia e responsabilità. Quindi no alla mera intrusività data dalla curiosità e invece sì a una condivisione responsabile e bilanciata.

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