Crisi in Libia, cosa cambia per eni

Precipita la situazione in Libia, e oltre al carico di morte e di rischio di una guerra sempre più vicina ai nostri confini ci sono anche da considerare le ricadute economiche relative agli interscambi con l’Italia, che oggi ammontano a circa 11 miliardi: il nostro Paese è infatti al primo posto come cliente e fornitore della Libia.

Bu-Attifel
Il gruppo italiano è presente in Libia dal 1959

In particolare i rapporti commerciali e industriali riguardano soprattutto il settore energetico. Eni è presente in Libia nel 1959; mentre la zona con le attuali maggiori tensioni, l’est, conta solo il giacimento di Bu Attifel, la produzione del petrolio nel Paese africano è scesa secondo gli analisti da 300-350mila barili al giorno (fine dell’anno scorso) ai 180mila delle ultime settimane.

Per ora eni non ha ricevuto contraccolpi significativi, ma c’è un miliardo di euro di crediti in ballo attualmente non riscossi dalle varie imprese italiane (oltre a eni anche Iveco, Telecom, Salini, Sirti).
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Ma ancora prima dei risvolti monetari c’è da calcolare il rischio delle persone, sul quale proprio eni ha voluto rassicurare, per bocca del suo portavoce: «La presenza di espatriati Eni in Libia è ridotta e limitata ad alcuni siti operativi offshore, garantendo in collaborazione con le risorse locali lo svolgimento regolare delle attività produttive nell’ambito dei massimi standard di sicurezza». Il gruppo continua comunque a monitorare con estrema attenzione l’evolversi della situazione.

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