Che cosa sono i coronabond e utilizzo in Italia e Unione Europea

 In questi giorni di emergenza, molte sono le proposte atte a sollevare il Paese dall’incertezza che si prospetta nei mesi a venire. Tra gli strumenti di cui si parla, i coronabond sono tra i più discussi.

Che cosa sono i coronabond

Tra le misure prese in considerazione dagli Stati membri dell’Unione Europa, i cosiddetti coronabond sono quelli attualmente messi in discussione in misura maggiore. In questo articolo parliamo di che cosa sono i coronabond e quale sarebbe il loro utilizzo in Italia e Unione Europea.

 Coronabond: che cosa sono

I coronabond sono uno strumento fiscale che consente di attivare un meccanismo di ridistribuzione dei debiti tra gli Stati membri dell’Unione Europea. In pratica, si tratta di obbligazioni del debito pubblico dei Paesi che li emettono. A questo punto, il debito verrebbe quindi spartito tra tutti gli Stati membri e non solo: il denaro che deriva dalla vendita di queste obbligazioni potrebbe servire anche al finanziamento delle principali opere pubbliche in ambito sanitario, infrastrutturale, militare, ma anche per interventi emergenziali, come quelli necessari in questo momento.

 Non è certo la prima volta che nella storia recente si mette in campo questo tipo di strumento. Se ne parlava già tra il 2011 e 2012 durante la crisi economica in Europa. All’epoca, i coronabond erano denominati eurobond e anche in quel caso sarebbero stati utilizzati per alleviare il peso dei Paesi membri che soffrivano di un debito pubblico più alto, come Italia, Spagna e Grecia, da parte di quelli considerati più virtuosi, come la Germania.

 Coronabond: utilizzo in Italia

 L’Italia si è dichiarata favorevole all’emissione dei cosiddetti coronabond, detti anche Covid-Bond o European Recovery Bond (letteralmente, obbligazioni per il recupero europeo). Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha definito questo strumento come “innovativo e adeguato a una guerra”, tale è l’emergenza sanitaria in corso. Nel corso della videoconferenza avvenuta con i leader internazionali, Conte ha proceduto a rassicurare i Governi degli Stati membri che si erano già dimostrati contrari ad obbligazioni di questo tipo, affermando che l’Italia “ha le carte in regola con la finanza pubblica” e che non ci sarebbe nessuna intenzione di approfittare della situazione per mutualizzare il debito pubblico nazionale.

L’utilizzo principale dei coronabond in Italia guarda in direzione della necessità di far fronte alle spese messe in campo per arginare la diffusione del contagio, oltre che rinforzare e rifornire le strutture del sistema sanitario nazionale (ad esempio, attraverso l’acquisto e la fornitura di mascherine, ventilatori, guanti, camici, ma anche per la ricerca e lo sviluppo in ambito medico-sanitario), che attualmente si trova sotto altissima pressione.

Un’altra ragione per cui l’Italia è uno dei Paesi sostenitori dell’introduzione di questo particolare strumento è legata ad un fattore puramente economico. Infatti, in coda all’emergenza, saranno necessari interventi massicci da parte dello Stato per il rilancio del sistema produttivo italiano.

 Coronabond e Unione Europea

 I Paesi membri dell’Unione Europea che si sono dichiarati favorevoli all’emissione dei coronabond sono molti. Non si tratta solo del Governo italiano, ma anche di Spagna, Francia, Irlanda, Grecia, Portogallo e Lussemburgo. In modo da eseguire una valutazione accurata dell’efficacia e della fattibilità di attuazione di questo strumento, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha richiesto a tutti i Paesi europei di istituire una commissione formata da cinque istituzioni UE: il Consiglio dell’Unione Europea, la Commissione dell’Unione Europea, l’Europarlamento, la Banca Economica Europea, l’Eurogruppo.

In seguito alla revisione della proposta, il Consiglio Europeo per ora ha rinviato la decisione in merito. Al momento, si possono identificare due posizioni: da una parte, l’Italia e altri Paesi europei come Spagna, Portogallo e Lussemburgo, sostenitori di questo meccanismo solidale, dall’altra, numerosi Stati del Nord dell’Europa, come Germania e Olanda, tradizionalmente contrari a soluzioni di questo tipo. La seconda fazione comprende Stati virtuosi dal punto di vista fiscale e che nei coronabond vedono per questo motivo la presa in carico di un onere aggiuntivo di cui non avrebbero alcuna responsabilità.

 Ad oggi, ci si trova quindi in una situazione di stallo e da più voci arrivano anche soluzioni alternative. Tra le possibilità più attuabili ci sarebbe quella di utilizzare il Mes, Meccanismo Europeo di Stabilità, detto anche Fondo salva-Stati, un’organizzazione internazionale nata come fondo finanziario europeo per la stabilità finanziaria della zona euro. I fondi del Mes potrebbero infatti fornire finanziamenti d’urgenza in modo più veloce e semplice rispetto ai tempi e alle modalità necessarie per i coronabond, come sostiene lo stesso direttore generale dell’organismo, Klaus Regling.

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