Baby pensioni: dopo 40 anni pesa ancora sul PIL italiano

Compie 40 anni, ma i suoi effetti sono vivi tutt’oggi, il provvedimento con il quale il governo di Mariano Rumor avviò la lunga stagione delle “baby pensioni”, ovvero la possibilità di andare in quiescenza per i dipendenti pubblici che avessero lavorato per 14 anni, o poco più.

Compie 40 anni il provvedimento sulle baby pensioni
Compie 40 anni il provvedimento sulle baby pensioni

Il provvedimento prevedeva infatti l’accesso alla pensione per le donne dipendenti pubbliche, se sposate con figli, che avessero lavorato per 14 anni, sei mesi e un giorno. Per gli altri statali, il limite minimo di lavoro per poter andare in pensione era di 20 anni, mentre per gli altri dipendenti degli enti locali il pavimento pensionistico era di 25 anni. Insomma, un miraggio per chi, dopo 40 anni di lavoro, oggi non riesce ancora a ottenere l’ambita e meritata pensione sul proprio conto corrente.

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Ma quale è stato il risultato di quella decisione? L’effetto è risultato sotto gli occhi di tutti fin dagli anni successivi: persone quarantenni, che magari avevano iniziato presto a lavorare, potevano andare in pensione acquisendo un diritto che sarebbe poi ricaduto, con conseguente forse inimmaginabili, sulle generazioni future.

Secondo quanto ribadiscono alcune stime compiute da Confartigianato, ad esempio, il peso delle baby pensioni è oggi di 7,5 miliardi di euro l’anno, spalmate su 400 mila persone più “fortunate” di altri. Una decisione poi di fatto parzialmente annullata dieci anni dopo, quando si cancellò la possibilità di smettere a lavorare dopo 14 anni e mezzo, o giù di lì. Troppo tardi, si dirà in seguito.

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