Frode Fastweb, Scaglia sapeva tutto

Stefano riporta un passo fondamentale: Swisscom ha comprato Fastweb con una valutazione del prezzo fatta da consulenti della stessa Fastweb e il capo di Deutsche Bank si sarebbe dimesso e sarebbe andato a lavorare per la finanziaria di Scaglia.
L’espresso:
“Abbiamo un azionariato molto stabile”, assicurava l’amministratore delegato Stefano Parisi in un’intervista dell’11 ottobre 2006. E anche Scaglia tornò poco dopo ad affermare che non aveva trattative in corso per la vendita del suo pacchetto del 25 per cento. Contrordine: a gennaio del 2007, giorno 16, è il presidente in persona a comunicare al mercato di aver girato a Unicredit una quota del 6,25 per cento. Prezzo: 225 milioni incassati dalla Sms finance, la sua holding personale in Lussemburgo. È un primo passo verso la cessione totale? Macché, garantiscono quelli di Fastweb.

Nell’accordo con Unicredit è compreso l’impegno di Scaglia a mantenere la proprietà della quota rimanente (il 18,75 per cento) per almeno 12 mesi. Così recita un comunicato diffuso in quei giorni. Chiaro, chiarissimo. Se non fosse che a marzo scende in campo Swisscom che lancia un’offerta pubblica d’acquisto in Borsa a cui anche Scaglia aderisce prontamente cedendo le sue azioni. Il prezzo dell’Opa viene fissato a 47 euro per azione. A settembre del 2006, quando partì l’eccezionale corsa al rialzo del titolo, la quotazione superava di poco i 30 euro. A questo punto, con il senno di poi, riesce difficile non notare che quella girandola di annunci e smentite prende velocità proprio mentre l’inchiesta giudiziaria della Procura di Roma sulla frode fiscale entra nel vivo. A novembre 2006 la sede di Fastweb viene per la prima volta perquisita dalla Guardia di Finanza a caccia di documenti sui rapporti del gruppo con le società ‘cartiere’ gestite dalla banda di truffatori. Ed in quei giorni partono anche gli interrogatori dei manager dell’azienda telefonica direttamente coinvolti nelle operazioni sospette. Due di loro, Giuseppe Crudele e Bruno Zito, pagati da Mokbel e compagni su conti a Hong Kong, sono stati arrestati nella retata (56 mandati di cattura) dei giorni scorsi. Non è finita, perché il 23 gennaio 2007, cioè solo una settimana dopo che Scaglia ha girato a Unicredit il primo pacchetto del 6,25 per cento, l’inchiesta giudiziaria diventa addirittura di dominio pubblico. Un articolo del quotidiano ‘la Repubblica’ rivela che i pm hanno aperto un’indagine su Fastweb per sospetta evasione fiscale. “Ipotesi destituite di fondamento”, tuona un comunicato della società, che assicura collaborazione agli investigatori.
Ma mentre Fastweb collabora, Scaglia prepara le valigie. A dargli una mano c’è il banchiere di Deutsche Bank Massimo Armanini. La stessa banca tedesca diventa consulente anche dell’azienda telefonica per valutare la congruità del prezzo d’Opa. Tutto bene, si proceda, è il verdetto dell’advisor. Il 12 marzo Scaglia annuncia che venderà il suo pacchetto a Swisscom. Un tempismo eccezionale. Già, perché, coincidenza delle coincidenze, esattamente 24 ore dopo lo stesso Scaglia viene interrogato per la prima volta dai pm. Ma ormai è fatta. La vendita è garantita al prezzo generoso offerto dagli svizzeri. E soprattutto l’incasso è al riparo da eventuali nuovi sconquassi giudiziari che comunque, come abbiamo visto, non arriveranno prima di tre anni. E Armanini? Ha lasciato Deutsche Bank, ma ha trovato in fretta un nuovo lavoro a Lugano: gestisce il patrimonio personale dell’ex capo di Fastweb. Sarebbe un happy end, se non fosse che nel frattempo l’ex banchiere, a suo tempo molto vicino anche a Calisto Tanzi, ha patteggiato una condanna di un anno e nove mesi per la bancarotta Parmalat.
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